Passeggiando nell’elegante strada della “Dolce vita”, è possibile visitare un luogo davvero unico e suggestivo: la chiesa e il convento dei frati cappuccini. Questo complesso nasce per volere del cardinale e cappuccino Antonio Barberini (tanto che la chiesa fu luogo della sua sepoltura) fratello del pontefice Urbano VIII. La chiesa è stata storicamente  la prima a Roma ad essere intitolata alla Madonna Immacolata e ce ne ricorda tale riferimento la luminosa e cinquecentesca pala d’altare centrale che la raffigura, opera di Terenzio Terenzi.

Al suo interno, sono custoditi diversi manufatti di grande pregio, come il famosissimo San Michele Arcangelo (1636) di Guido Reni, tra i più importanti esponenti del classicismo bolognese, un San Francesco d’Assisi del Domenichino (1630 ca), una delicata Natività del grande Giovanni Lanfranco (1630-31 ca) ed un introspettivo San Francesco d’Assisi in meditazione (1605), opera attribuita al Merisi, meglio noto come Caravaggio, che tanto operò a Roma. E ancora, Pietro da Cortona con l’opera Anania battezza San Paolo (1631 ca), un Sant’Antonio da Padova che resuscita un morto (1653)  e l’Apparizione della Vergine a San Bonaventura da Bagnoregio (1645) di Andrea Sacchi e Gerrit Von Hontorst (noto anche come Gherardo delle Notti), pittore fiammingo, presente con il dipinto Gesù Cristo deriso (XVII secolo). La volta che ricopre l’abside della chiesa, composta da unica navata e dieci cappelle laterali distribuite su ambo i lati, conserva l’affresco con l’Assunzione della Vergine di Liborio Coccetti (1796).

Ciò che rende questo luogo sacro assai singolare è  la cripta.

 

 

Essa è davvero un unicum per via delle decorazioni che la “abbelliscono”, poiché realizzate con i resti di migliaia di frati morti in un arco temporale che si aggira tra il XVI ed il XIX secolo.

Questi corpi erano anticamente custoditi nel precedente cimitero cappuccino, situato al Quirinale.

Nella cripta vi sono anche diversi corpi mummificati di frati con l’abito dell’ordine, ma anche di alcuni personaggi nobili e illustri del passato come il principe Matteo Orsini e di una  principessa appartenente alla famiglia Barberini, che regge nelle mani una falce ed una bilancia, simbolicamente metafora della stessa morte, riconducendo il visitatore all’idea tipica della caducità della vita e del Giudizio finale che andava diffondendosi largamente in antichità. 

A rafforzare questo concetto religioso è anche la scritta apposta all’ingresso della cripta che recita: Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete.

Decisamente tappa da non perdere se si è in visita a Roma

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