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Il Museo delle Navi Romane sorge sulla riva settentrionale del lago di Nemi, un piccolo comune dell’area dei Castelli Romani. 

L’edificio fu costruito, tra il 1933 e il 1939, dall’architetto Vittorio Morpurgo per ospitare due gigantesche navi appartenute a Caligola (37-41 d.C.) e rinvenute nelle acque del lago, dove erano state affondate nel rispetto della damnatio memorie alla quale era stato condannato l’imperatore.

Intorno alla metà del XV secolo il Cardinale Prospero Colonna, interessatosi alle navi di Nemi, incaricò Leon Battista Alberti di recuperare le due imbarcazioni perdute, ma le operazioni per trainarle a riva finirono per danneggiarne le parti più importanti.

Si susseguirono altri due tentativi di recupero (nel 1535 e nel 1827), entrambi falliti a causa dei metodi utilizzati, ai quali si accompagnarono numerosi saccheggi ad opera dei pescatori del posto, di cui si ha una testimonianza nelle “Memorie sui conventi francescani” di Padre Crispino.

Nel 1895 tutto il materiale portato in superficie fu acquistato dal governo per essere custodito presso il Museo Nazionale Romano.

 

 

 

Finalmente nel 1927 il Governo annunciò la decisione di recuperare definitivamente le navi sommerse svuotando parzialmente il lago e nel 1929 entrambe le imbarcazioni trovarono posto nel Museo delle Navi Romane.

La storia della struttura fu altrettanto travagliata, nel 1944 un incendio distrusse il museo e tutto ciò che vi era conservato, fatta eccezione per quei reperti che erano già stati trasportati al museo nazionale romano. Nel 1953 il museo fu riaperto per poi essere nuovamente chiuso nel 1962 e infine definitivamente riaperto al pubblico nel 1988.  L’allestimento è suddiviso in due ali: quella a sinistra dedicata alle navi delle quali sono esposti alcuni materiali, come la ricostruzione del tetto con tegole di bronzo, due ancore e alcune attrezzature di bordo originali o ricostruite. Sono inoltre visibili due modelli delle navi in scala 1:5 e la ricostruzione in scala al vero del posticcio di poppa della prima nave su cui sono state posizionate le copie bronzee delle cassette con protomi ferine. 

 

Nell’ala destra sono invece conservate testimonianze relative al popolamento del territorio albano in età repubblicana e imperiale, con particolare riguardo ai luoghi di culto. Tra i materiali esposti vi sono oggetti votivi provenienti da Velletri, Genzano e dal Santuario di Diana a Nemi, oltre a materiali provenienti dalla Collezione Ruspoli. Degno di nota è il tratto musealizzato del basolato romano del clivus Virbii, che da Ariccia conduceva al Santuario di Diana. 

 

 

 

Si tratta del primo museo italiano ad essere stato costruito in funzione del contenuto. 

 

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