[…] Dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l'inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore.

Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L'ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero […]. (dalle memorie “Gli anni rubati” di Settimia Spizzichino)

 

 

Settima Spizzichino, donna ebrea nata a Roma nel 1921, è stata una personalità di grande importanza non solo per le vicende che interessarono la sua città e i suoi concittadini durante la Seconda Grande Guerra, ma per il mondo intero e la memoria storica.

Era il 16 ottobre del 1943 quando lei, solo una ragazza, fu presa dal ghetto della capitale e condotta fino ad Auschwitz, dove venne separata dai suoi familiari destinati alla camera a gas. Settimia, insieme ad una delle sue sorelle, Giuditta, fu impiegata per i lavori pesanti all’interno del campo. Il suo compito era quello di spostare pesanti pietre. Qualche tempo dopo fu trasferita presso l’ospedale del campo stesso, dove fu costretta a fare da cavia umana per gli esperimenti dei tedeschi.

 

Le terribili sofferenze di Settimia non terminarono qui, purtroppo.

Nel 1944, infatti, furono evacuati molti campi di concentramento tedeschi per via dell’avanzata dei Russi, sottoponendo i prigionieri alle estenuanti “marce della morte”, così tristemente definite, poiché talmente faticose ed estenuanti per i deportati, privati di viveri, riposo e sottoposti ad ogni tipo di intemperie e maltrattamento, che molti di essi morivano durante il tragitto o venivano, poiché risultavano d’intralcio, uccisi dalle stesse SS. Settimia arrivò così al campo di Bergen Belsen, in Bassa Sassonia. Qui scampò la morte, nascondendosi tra i cadaveri dei poveri deportati martoriati e ammassati all’aperto, mentre un soldato di guardia sparava all’impazzata.

Il 15 aprile del 1945 il campo viene liberato dagli inglesi e anche Settimia è finalmente libera ed è il giorno del suo compleanno. Compiva 24 anni.

Tornata a Roma, è decisa a rendere pubblica la sua sofferenza e quella di tutti gli uomini, le donne e i bambini che ha visto perire e morire senza un perché, ad essere testimone per il mondo che non ha conosciuto e vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, che è impresso sulla sua a fuoco con il numero 66210.

Settimia durante gli anni a venire si reca anche nelle scuole e con gli studenti ad Auschwitz, lascia le sue memorie in un libro dal titolo “Gli anni rubati” e molto altro.

Si spegne nella sua bella città, Roma, nel 2000 e qui che le viene anche intitolato un ponte alla memoria.

 

 

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