Il tempio del Divo Giulio



Gaio Giulio Cesare
fu ucciso in una riunione del Senato svoltasi alla Curia di Pompeo in Campo Marzio. La sua salma fu poi trasportata nel Foro, presso la Regia, sede ufficiale del pontefice massimo, carica rivestita dal dittatore. Qui, all'estremità est della piazza del Foro, fu acceso il rogo improvvisato per la sua incinerazione e qui ebbero luogo i riti funebri. Qui venne edificato un altare con accanto una colonna in marmo con l'epigrafe Parenti Patriae "al padre della patria", subito tolti di mezzo dal console Dolabella.

Il tempio fu decretato dal senato su richiesta dei triumviri, nel 42 a.C., dopo la battaglia di Filippi nella quale perirono gli assassini di Cesare. L'edificio fu realizzato materialmente da Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, e consacrato nel 29 a.C. La cerimonia di consacrazione ebbe luogo 3 giorni dopo il trionfo che Ottaviano aveva celebrato per la vittoria di Azio; nel tempio furono collocate molte preziose opere d’arte conquistate in quella circostanza.

I resti del tempio del divo Giulio furono scoperti in occasione dello sterro generale del Foro romano nel 1872; altre ricerche vennero in esso condotte nel 1888, nel 1898 (ad opera di Giacomo Boni) e poi ancora nel 1950.

L’edificio era un prostilo esastilo con 6 colonne sulla fronte e 2 sui lati del pronao, che proseguivano quindi con lesene sui lati della cella. La fronte del tempio era ornata con i rostri delle navi nemiche catturate nella battaglia di Azio, e conteneva una esedra circolare con al centro l'altare dove si erano svolti i riti funebri per Cesare. Il tempio era affiancato a sud dall'Arco di Augusto e a nord da un portico che lo collegava alla vicina Basilica Emilia, il cosiddetto Arco di Gaio e Lucio Cesari.

Il tempio era tutto in ordine corinzio e in marmo di Luni: restano svariati frammenti di un fregio con foglie di acanto, teste di Gorgone e personaggi alati, cornici con mensole, parti dei capitelli corinzi. La decorazione marmorea era di stile eclettico e univa tratti arcaizzanti ed ellenistici, rappresentando uno dei primi casi di adozione dell’ordine corinzio nell’architettura monumentale, in seguito sviluppato su larga scala negli edifici augustei, primo fra tutti il tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto.

Si possono ancora osservare i resti del podio del tempio, in conglomerato cementizio, originariamente rivestito da blocchi di tufo in opera quadrata a loro volta ricoperti da lastre di marmo. Sul lato anteriore del podio è ricavata un'esedra semicircolare, in blocchi di tufo dell'Aniene e peperino, che racchiude un piccolo basamento circolare in cementizio, interpretabile come un altare: si tratterebbe del rifacimento da parte di Augusto, negli anni 37-34 a.C., dell'altare edificato subito dopo la morte di Cesare nel 44 a.C. ed eliminato da Dolabella. In seguito l'esedra fu sigillata da un muro in blocchi di tufo e il podio del tempio ebbe così un normale aspetto rettilineo, nascondendo il retrostante altare.

Il muro di tamponamento, in base al suo piano di spiccato, sembrerebbe posteriore al rifacimento della pavimentazione del Foro realizzato dopo gli incendi del 14 e del 9 a.C., e va forse attribuito ad un momento storico in cui Augusto, divenuto ormai imperatore, non riteneva opportuno lasciare così in evidenza un ricordo dei propri trascorsi “cesariani”.

Sopra l’altare, dietro il suddetto muro di chiusura, ancora oggi molti turisti vengono a deporre fiori.


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