Itinerario n. 11. La Basilica ed il Mitreo di San Clemente.

Il sito archeologico di S. Clemente è situato nella valle compresa tra Colle Oppio e Celio. La valle tra i due colli era percorsa da due strade: la prima seguiva il percorso della moderna Via dei SS. Quattro, la seconda era costituita dalla Via Labicana, con tracciato identico all’attuale. La prima via rappresentava il limite meridionale della III regio “Isis et Serapis”.

Il percorso dell’odierna Via di S. Giovanni in Laterano, che costeggia San Clemente, ripete approssimativamente un antico tracciato romano, di cui sono stati rinvenuti alcuni basoli a circa 5 m. sotto il livello di calpestio attuale. La prima chiesa di San Clemente (oggi interamente sotterranea) fu eretta nella seconda metà del IV secolo tra le fondamenta di una casa patrizia del III secolo d.C. La domus insiste a sua volta sulle fondazioni di un edificio preesistente costruito a blocchi di tufo in opera quadrata rivestiti di travertino. Quest'ultima costruzione è separata a sua volta tramite un angusto passaggio (largo solo cm. 80) da un'insula, nella quale nel III secolo fu istituito un mitreo.

La prima basilica di San Clemente fu scoperta nel 1865; è (come la superiore) a tre navate scandite da colonne, con un’abside posta nel lato occidentale della navata maggiore e con una facciata preceduta da un atrio sul lato opposto. La pavimentazione della basilica superiore corrisponde esattamente al livello dei capitelli della basilica inferiore. La successione “stratigrafica” del complesso di San Clemente illustra meglio di qualunque altra situazione come diverse fasi archeologiche e culturali si siano succedute l’una all’altra senza soluzione di continuità. Possono essere identificate con certezza almeno quattro fasi costruttive: 

Complesso sotto la prima basilica delimitato da un muro in opera quadrata a blocchi di tufo con paramenti di travertino;
Edificio in opera laterizia adiacente ed in parte sottostante l'abside della basilica, in cui venne installato in seguito il mitreo;
Costruzioni impiantate nel III secolo d.C. sull'edificio di cui al n. 1, e trasformazione di quest’ultimo in basilica;
Chiesa medioevale soprastante, costruita da Pasquale II dopo la distruzione della precedente ad opera dei Normanni nel 1084.

La chiesa paleocristiana distrutta, livellata fin quasi all'altezza dei capitelli, offrì la base per innalzare nuove mura. Esattamente in quella che oggi è la chiesa sotterranea, fu eletto Papa nel 1099 Pasquale II, il quale era riuscito nell’impresa del parziale recupero dell’antica costruzione, sigillando quattro dei cinque archi della polifora d'ingresso e murando varie colonne pertinenti alla nave di sinistra.
 
L'ambiente occupato dalla prima basilica venne perciò ridimensionato, al punto che l'attuale muro esterno nord della navata destra coincide con il colonnato che divideva la antica navata centrale dalla navata laterale destra. Nella chiesa medievale furono inoltre reinstallati alcuni antichi arredi, come i plutei con il monogramma di Papa Giovanni II (532-535).

La fase romana più antica del complesso archeologico è rappresentata da un grande ambiente rettangolare di incerta funzione, delimitato da muri a blocchi di tufo bugnati con tramezzi interni in opus mixtum, il tutto poggiante su una poderosa fondazione in conglomerato cementizio e scaglie di selce. L’edificio è stato ipoteticamente identificato con una delle strutture di supporto al funzionamento dei giochi nell’Anfiteatro Flavio: si tratterebbe dell’Armamentarium, luogo dove venivano riparate le armature, o del Summum Choragium, dove si custodivano le macchine e le attrezzature sceniche: la datazione oscillerebbe pertanto tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C.

Dietro l'edificio in blocchi di tufo, ad ovest, ne fu costruito un altro non prima della metà del II secolo d.C.; all’interno di quest’ultimo, nel III secolo d.C., fu fondato un mitreo. Questo edificio, in opera laterizia, risulta totalmente diverso per planimetria e tecnica costruttiva dall'edificio a blocchi di tufo, da cui era separato da uno stretto passaggio. Il pianterreno era articolato in quattro file di stanze lungo quattro corridoi che inquadravano una corte interna; una scala portava ai piani superiori. La fastosa decorazione di stucchi ed affreschi va riferita alla fase più tarda dell'edificio, quando vi fu installato il santuario di Mitra.

In questo edificio, che si pensa fosse una casa privata soprattutto per la notevole somiglianza con le insulae di Ostia, per costruire il mitreo furono sigillate alcune porte ed aperte delle altre, ma in particolare il mitreo fu impreziosito, lungo i lati, dai tipici banconi in muratura per accogliere gli iniziati, da una nicchia con la effigie del dio, dall'altare mitraico che fu rinvenuto fuori del santuario e privo della parte superiore. Tutto l’ambiente fu accuratamente intonacato per limitare gli effetti dell'umidità.

Dopo la definitiva distruzione il santuario di Mitra fu abbandonato, ma gli altri ambienti rimasero in funzione. Al di sotto della domus sono resti di una precedente costruzione, tagliata all'altezza del pavimento dell'edificio del mitreo. Si tratta di un edificio di pianta diversa ma orientato allo stesso modo del superiore. Cronologicamente tra i due edifici non dovrebbero correre più di cinquanta anni: l'edificio del mitreo va posto tra il 90 ed il 96 d.C., l'edificio al di sotto tra il 41 ed il 54 d.C.; la distruzione di quest’ultimo fu dovuta all’incendio del 64 d.C.

Dopo la costruzione dell'edificio del mitreo intorno alla metà del III secolo, il piano superiore dell’edificio in blocchi di tufo venne obliterato ed un edificio superiore fu innalzato sopra la parte inferiore ancora residua. Per la cronologia di quest’ultimo edificio, è determinante un frammento di anfora vinaria con la data consolare del 216 d.C. Questo frammento, insieme ad altre anfore, alcune tombe, la tecnica muraria, confermano una cronologia a circa il 230/240 d.C. In questo edificio si tennero dapprima delle assemblee religiose; in seguito esso fu trasformato nella basilica inferiore. Prima ancora che questo edificio venisse trasformato nella basilica absidata, ne possiamo avallare l’identificazione con il titulus di Clemente, di cui parlano le fonti.

Nel IV secolo a questa primitiva e semplice aula furono aggiunti l'abside ed il quadriportico, furono ridotte le porte d'ingresso alle navate laterali, si chiusero alcune delle aperture laterali. Al suo interno la basilica fu articolata costruendo due colonnati che dividevano l'ambiente in tre navate. Per la costruzione delle navate laterali fu mantenuto in un primo periodo il livello della casa romana in laterizio.

La basilica fu ornata, a spese di privati (Beno de Rapiza e Maria Macellaria), con affreschi narranti le leggende del Santo e i Misteri della Fede Cristiana. Prima del X secolo il pavimento fu rialzato una seconda volta; dopo la distruzione operata da Roberto il Guiscardo (1084), questo venne ancora sollevato raggiungendo i 55 cm. di altezza dall'originale pavimento. La distruzione ad opera dei Normanni danneggiò in modo irreparabile la chiesa: le aperture rimaste furono tamponate e la fila di colonne di sinistra fu murata. Ben presto si decise di abbandonare definitivamente la basilica e fu pertanto realizzato un muro per tutta la larghezza della navata maggiore destinato a fare da base per il colonnato della basilica superiore.

La chiesa inferiore conserva un ciclo di affreschi di eccezionale valore anteriore al XII secolo, epoca in cui le rovine della distrutta basilica furono interrate per far posto alla nuova chiesa al di sopra. Possiamo riconoscere capolavori in puro stile bizantino, come la Madonna col Bambino dell'VIII secolo, affreschi del IX secolo come il Giudizio Universale e il Funerale, ma soprattutto opere realizzate tra il 1084 (distruzione di Roberto il Guiscardo) e l'abbandono definitivo, attribuite alla scuola romana, con propri, distinti caratteri. Tra queste ultime sono tre celeberrimi affreschi, due con Leggende di S. Clemente ed uno con la Leggenda di S. Alessio, e altre opere minori, come Daniele tra i leoni, S. Biagio che guarisce un fanciullo, il Trasporto del Corpo del Santo (per alcuni S. Clemente, per altri S. Cirillo) dalla Basilica Vaticana a quella di S. Clemente. Un'iscrizione ci ha tramandato il nome della donatrice di quest'ultimo affresco: Maria Macellaria. In questi affreschi rileviamo da un lato l’intento di rompere la staticità dell'arte bizantina, dall'altro uno specifico influsso di modelli classici: le prospettive degli sfondi e le decorazioni con palmette richiamano modelli antichi.

L'affresco con il Miracolo di S. Clemente è nel nartece. Il Santo era sepolto in una cappella subacquea nel Mar Nero, ma una volta all'anno il mare si ritirava miracolosamente per consentire ai numerosi fedeli di venerare la tomba del Martire. Ma bisognava prestare attenzione alla repentina chiusura delle acque: un anno una madre vi dimenticò il figlioletto. Questa pregò il Santo di poterlo riavere vivo: l’anno seguente quando le acque si ritirarono il fanciullo fu ritrovato custodito dal Santo. La madre commossa riabbraccia il figlio mentre le acque incombono intorno alla cappella. Sotto il dipinto è la maestosa figura del Santo in un clipeo; a lui si rivolgono i membri della famiglia del donatore, Beno de Rapiza, la moglie Maria, la figlia Altilia, il piccolo Clemente e un'altra donna. Si tratta di un quadro familiare, molto raro per quell’epoca. Ancora a Beno de Rapiza si deve l'affresco situato nella navata centrale, con la Messa di S. Clemente.

L'episodio principale è al centro: S. Clemente è effigiato mentre celebra la messa nell'istante preciso del Pax Domini, che secondo la tradizione sarebbe stato proprio da questo Santo introdotto nel rito. Nella parte inferiore i servi del tiranno Sisinnio credono di arrestare Clemente per condurlo in prigione, invece, avendo perduto improvvisamente la vista, legano e trascinano con grandi sforzi una colonna. Il padrone li incita chiamandoli per nome: Cosmaro, Carvoncello, Albertello. Quest'ultimo esorta il compagno che sta spingendo una leva sotto la colonna: "falite dereto colo palo, Carvoncelle", mentre Cosmaro incita i compagni a tirare con la corda: "trai". Sisinnio li esorta a spingere di più dopo averli redarguiti: "Fili de le pute traite". Si tratta del primo documento del volgare italiano. S. Clemente invece parla ancora in latino: "(ob) duritiam cordis v(est)ris saxa (sic) traere meruistis".

La leggenda di S. Alessio è una narrazione articolata. Alessio, rampollo di una nobile famiglia romana, quando non era ancora Santo scappò di casa il giorno delle nozze per riparare in Oriente, dove visse come eremita. Dopo molto tempo fece ritorno alla sua casa, ma senza farsi riconoscere. A questo punto inizia la rappresentazione: sulla destra il senatore Eufemiano, padre di Alessio, cavalca seguito da un ufficiale e da uno spatario. Alessio si fa avanti per chiedergli la carità, mentre dall'alto del palazzo la moglie ignara lo osserva. Poi Alessio viene ospitato nella sua casa, dove per 17 anni resta ignoto e si dedica ai più umili lavori: è ormai alla fine della vita per le sofferenze subite. Il papa si reca da Alessio il quale gli affida uno scritto: Eufemiano si commuove e si umilia. A destra, nell'ultima scena, Alessio è ormai morto: il papa leggendo lo scritto svela chi veramente fosse l'ignoto ospite. Il senatore e la moglie riconoscono il figlio, ma è troppo tardi. La moglie si getta in lacrime sulle spoglie di Alessio.

Dopo la distruzione del 1084, la basilica superiore fu innalzata a partire dal 1108 per volere di papa Pasquale II. Conclusa nel 1123, essa presenta un quadriportico medievale che introduce nella basilica stessa, con impianto a tre navate, ognuna delle quali è conclusa da un’abside; le colonne che dividono le navate sono di diversa provenienza. Nella navata centrale è la “schola cantorum”, del XII secolo, includente elementi provenienti dalla basilica inferiore. Nella prima cappella a destra, dedicata a San Domenico, sono raffigurate le Storie del Santo (attribuite a Sebastiano Conca). Nella prima cappella a sinistra, dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, osserviamo il celebre ciclo di affreschi di Masolino da Panicale realizzati tra il 1428 ed il 1431 per il cardinale Branda Castiglioni, con la collaborazione di altri artisti tra cui forse il Masaccio. Tra le Storie della Santa, spicca la scena della tortura con la ruota uncinata, che un angelo spezza mandando i rottami a ferire i carnefici. Tra il 1713 ed il 1719 papa Clemente XI commissionò a Carlo Fontana il restauro della basilica, che conferì al complesso l’attuale stile tardo-barocco. Nella facciata su Piazza San Clemente, dietro i rifacimenti tardo-barocchi del Fontana, è ancora individuabile l’antico protiro in laterizio con colonne in granito, risalente al XII secolo.

Durata dell'itinerario: 1 ora e 30'. Biglietto di ingresso ai livelli inferiori: Euro 5,00.


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