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Visite guidate a Roma, individuali e per gruppi italiani e stranieri - Attivitą didattica ed escursioni per le scuole
Monumenti in primo piano: la Tomba dell'Orco di Tarquinia

Storia di una scoperta archeologica: l'identificazione della gens proprietaria della tomba.

L’antefatto.

Il complesso monumentale denominato Tomba dell’Orco (dal latino "Orcus", che designa il mondo ultraterreno) è situato nel cuore della Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia, presso il moderno cimitero di San Lorenzo.
Individuato e scavato sul finire del 1868, consta di tre ambienti comunicanti fra loro ricavati nel calcare, decorati da un celeberrimo ciclo di affreschi, unico in tutta l’Etruria per qualità dell’esecuzione artistica e per la singolarità dei soggetti rappresentati. Si tratta probabilmente del capolavoro di un artista greco, stabilitosi a Tarquinia con la sua bottega verso la metà del IV secolo a.C.
Per la sua importanza, il complesso della tomba dell’Orco può essere considerato l’ipogeo dipinto più importante in assoluto nell’ambito della pittura etrusca di età ellenistica.
All’indomani della scoperta ottocentesca il monumento fu gravemente danneggiato a seguito del tentativo di asportazione delle pitture, pertanto ciò che oggi possiamo apprezzare costituisce solo una parte, sia pure rilevante, di ciò che portarono alla luce gli scopritori.

Il primo ambiente, denominato Tomba dell’Orco I, è cronologicamente il più antico: la sua fondazione va posta verso il 355-350 a.C. Si tratta di una piccola camera a pianta quadrangolare, con una nicchia per sepolture nella parete destra ed una al centro della parete di fondo. Il lato sinistro, che doveva presentare anch’esso una nicchia, fu demolito già in epoca etrusca, nel corso del III secolo a.C., per porre in comunicazione questa camera con il resto della tomba. Il ciclo pittorico di questo primo ambiente, di eccellente fattura, è oggi molto lacunoso: sulla parete destra possiamo osservare resti di una coppia (marito e moglie) raffigurata a banchetto sdraiata sui letti tricliniari. Di questo settore apprezziamo il delicato ritratto di una giovane, Velia, moglie di Arnth Velchas, raffigurato presso di lei un poco più a destra.


Tomba Orco I, parete destra: personaggi a banchetto.

All’interno della nicchia della parete di fondo troviamo la raffigurazione di un gruppo banchettante, corredato di epigrafi parietali con nomi e cariche rivestite dai personaggi, purtroppo oggi molto lacunoso. Parte dei soggetti possono essere ricostruiti grazie agli ottimi apografi del disegnatore Louis Schulz, che lavorò nei mesi successivi la scoperta sotto la direzione di W.Helbig (cfr. Annali dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica, 1870, pp. 16-42).
Teniamo a mente l’opera di questo disegnatore, perché avrà un ruolo determinante di conferma della grande scoperta riguardante la famiglia titolare della tomba.
La nicchia della parete di fondo raffigurava un personaggio importantissimo della famiglia titolare della tomba, a banchetto insieme con i suoi familiari. Il suo gentilizio, già all’epoca della scoperta lacunoso, terminava per (…)urinas: oggi abbiamo solo la porzione (…)inas; l’uomo rivestì la carica federale di zilath mechl rasnal, vale a dire, ebbe la suprema reggenza della Federazione Etrusca, in un anno imprecisato nell’ambito della prima metà del IV secolo a.C.. 


Tomba Orco I. Rilievo dell'iscrizione CIE 5360 (tratto da L.Schulz).
Si legge da dx verso sx: (...)urinas : an : zilath : amce : mechl : rasnal / (...) : purth : ziiace : ucntm : hecce / (R)avnthu / (Th)efrinai / ati nacna. 


L’espressione etrusca zilath amce mechl rasnal si potrebbe tradurre alla latina “praetor fuit Magnae Etruriae”, intendendo per “grande Etruria” la Lega delle città etrusche, che, come ben sappiamo dalle fonti storiche, erano organizzate in un grande organismo confederale, che si riuniva annualmente presso il santuario del Fanum Voltumnae. Un personaggio di importanza capitale, dunque, nella storia etrusca del periodo ellenistico.


Tomba Orco I. Nicchia della parete di fondo: personaggi a banchetto.

Ma soprassediamo per il momento, e procediamo con la descrizione del monumento, riservandoci di tornare sull’argomento della identificazione di questa importante famiglia più avanti.
Il secondo ambiente, denominato Tomba dell’Orco II, era originariamente una camera ipogea a sé stante, con un proprio ingresso indipendente dal corridoio di accesso dell’Orco I, ed è situata parallelamente all’Orco I; la datazione può essere fissata nella seconda metà del IV secolo a.C.
Il ciclo di affreschi di questa seconda camera costituisce una mirabile rappresentazione di come il popolo etrusco immaginava l’Aldilà, popolato di divinità ed eroi appartenenti alla mitologia classica, ma anche di mostri e spiriti terrificanti derivati da leggende e credenze etrusche.
Sulla parete opposta all’ingresso troviamo le figure di Ade (etr. Aita), Persefone (etr. Fersipnei), il mostro a tre teste Gerione (etr. Celun). 


Tomba dell'Orco II; figure mitologiche sulla parete di fondo.

Sul lato sinistro la raffigurazione dei Campi Elisi, dove troviamo in atteggiamenti di assorto e sereno raccoglimento i personaggi più famosi dell’epos omerico: possiamo riconoscere il ritratto del biondo Agamennone (etr. Achmemrun) e dell’Ombra di Tiresia, ovvero, in base alla didascalia in etrusco che lo accompagna e lo qualifica, Hinthial Teriasals; seguiva verso destra anche la figura di Aiace, purtroppo oggi molto rovinata.


Tomba Orco II, parete destra: Agamennone, l'Ombra di Tiresia, Aiace.

Dalla parte opposta della camera, presso l’ingresso originario (tuttora ostruito dal riempimento antico, ancora da scavare!), è la figura triste e malinconica di Teseo (etr. These), sovrastata dal minaccioso demone etrusco Tuchulcha, che brandisce un orrido serpente.


Tomba Orco II, parete presso l'ingresso: Teseo e il mostro Tuchulcha.

Le due camere Orco I ed Orco II furono riunificate nel corso della prima metà del III secolo a.C., aprendo l’ambiente di passaggio oggi definito Tomba dell’Orco III, decorato con un soffitto a cassettoni e con la raffigurazione, sulla parete di fondo, dell’accecamento del Ciclope (etr. Cuclu) da parte di Odisseo (Uthuste).


Tomba Orco III: scena dell'accecamento del Ciclope.

Possiamo osservare l’immagine grottesca di Polifemo, grasso e deforme, con l’occhio trafitto dal palo rovente spinto da Odisseo. A differenza dei finissimi cicli decorativi dell’Orco I e II, opera di artisti greci, il quadro dell’accecamento di Polifemo è quanto di meglio poteva offrire alla sua pretenziosa committenza un artista etrusco, dalle capacità tecniche sicuramente inferiori, ma in grado di sopperire alla debolezza dei suoi mezzi con un’impostazione grandiosa e monumentale, in cui colpi di pennello larghi ed incisivi ben enfatizzano le forme mostruose e ridicole del ciclope.


La scoperta.

Fin qui la presentazione dei cicli decorativi, indispensabile per rendersi conto dell’importanza del monumento e per comprendere appieno il valore della scoperta che ho avuto la fortuna di compiere al suo interno nel 1995, nell’ambito della preparazione della mia tesi di laurea sulle gentes etrusche tarquiniesi di età ellenistica.

Premessa a tutta la questione, iniziata all’indomani della scoperta nel 1868, è che la grande gens titolare della Tomba dell’Orco è rimasta sostanzialmente ignota fino alla pubblicazione del mio primo articolo (edito in collaborazione con il Prof. Giovanni Colonna nella rivista Studi Etruschi, vol. LXI, 1996, pp. 95-102), e che numerosi tentativi di identificazione furono posti in essere in passato, sulla base delle iscrizioni parietali della tomba dell’Orco I, recanti nella nicchia di fondo (come descritto sopra) i nomina gentis frammentari (…)urinas e (…)inas. Molti gentilizi etruschi terminano in questo modo: Smurinas, Spurinas, Murinas, Surinas ecc., pertanto, una semplice ed ipotetica integrazione sulla base dei paralleli citati non risultava soddisfacente: troppe le possibilità, e nessun appiglio che facesse preferire l’una piuttosto che l’altra.

Negli anni Settanta dello scorso secolo un insigne studioso italiano, il Prof. Mario Torelli, si cimentò nel tentativo di soluzione della vexata quaestio, facendo poi confluire i risultati del suo studio in un celebre, citatissimo volume, “Elogia Tarquiniensia”, pubblicato a Firenze nel 1975: volume che valse allo studioso l’assegnazione della cattedra universitaria di Perugia, e nel quale erano contenute le sue conclusioni relativamente al problema, accolte in maniera quasi unanime dal mondo scientifico fino al 1995-96.

L’assunto dell’opera era che la gens proprietaria della tomba dell’Orco, di cui rimaneva traccia nei gentilizi mutili terminanti in (…)urinas, andava identificata con l’aristocratica famiglia tarquiniese degli Spurinas. Perché questo? Perché tanta sicurezza racchiusa nelle conclusioni dello studioso?

La gens Spurinas era già nota per altre vie (fonti letterarie, tradizione storiografica romana, epigrafia etrusca e latina) come gens fondamentale nel panorama tarquiniese fin dall’età arcaica, capostipite di rami sviluppatisi nel corso dell’età arcaica (VII-VI secolo a.C.), poi assorbiti nella civiltà romana e stabilitisi a Roma, con grande successo e fortuna anche in questa città, con il nome latinizzato di Spurinnae. Basti pensare che nel VI secolo a.C. a Tarquinia è già presente una loro tomba, la Tomba dei Tori, dove il loro nome di famiglia appare documentato nella veste Spurianas, e che la loro documentazione epigrafica e letteraria li poneva ininterrottamente sulla cresta dell’onda fino all’età cesariana, quando un membro della gens Spurinnae, specializzato in aruspicina, intravede la tragica fine di Gaio Giulio Cesare e lo avverte di guardarsi dalle Idi di Marzo.

Ma ciò che maggiormente spingeva Mario Torelli verso l’identificazione dei proprietari della Tomba dell’Orco con gli Spurina/Spurinnae, era la assoluta coincidenza, a suo dire, tra i personaggi principali raffigurati nella nicchia della parete di fondo della prima camera, designati dai gentilizi mutili (…)urinas e (…)inas, e due condottieri ricordati nelle iscrizioni degli Elogia Tarquiniensia, da lui ricomposti attraverso il riesame di numerosi frammenti. Gli Elogia in questione sono due lastre marmoree dell’epoca giulio-claudia, rinvenute nell’area dell’antico abitato etrusco, che ricordano (in latino) le cariche pubbliche e le spedizioni militari di due membri della famiglia Spurinnae, Velthur ed Aulus, i quali si resero benemeriti di grandi imprese compiute probabilmente in un periodo compreso tra il VI ed il IV secolo a.C., imprese così importanti da essere ancora degne di menzione secoli dopo, in lastre marmoree dell’epoca giulio-claudia, collocate con la giusta enfasi in qualche edificio pubblico del municipium di Tarquinii, per volere degli ultimi eredi della famiglia.

Ma c’era di più. Secondo il Torelli, i due testi latini dovevano essere stati copiati a loro volta in tarda epoca da qualche testo custodito negli archivi familiari degli Spurina / Spurinnae, e risalente a molti secoli prima. A suo dire, sia Velthur che Aulus dovevano essere raffigurati a banchetto nella tomba dell’Orco I. Anzi, le grandi imprese compiute dai due praetores e ricordate negli Elogia, come l’intervento a capo di un esercito addirittura nella lontana Sicilia, la repressione di una rivolta servile ad Arretium (Arezzo) ed altre gesta, potevano spiegarsi solo attraverso il possesso del titolo di zilath mechl rasnal, la suprema carica federale che dava agli Spurina / Spurinnae la possibilità di guidare un esercito in armi ed intervenire a largo raggio, su e giù per l’Etruria e anche al di fuori dei confini etruschi.

L’idea del Torelli di identificare i personaggi degli Elogia con i titolari della Tomba dell’Orco e con i personaggi designati dalle iscrizioni (…)urinas ed (…)inas piacque molto a quasi tutti gli studiosi fin dalla sua prima esposizione, e, debbo dire, conquistò subito anche me, allora studente al quarto  anno di lettere.

Mi convinse al punto che, all’indomani dell’assegnazione dell’argomento della tesi di laurea da parte del mio relatore, il Prof. Giovanni Colonna, e appena ricevuti dalla competente Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale i necessari permessi per condurre studi approfonditi ed eseguire fotografie nella Tomba dell’Orco, mi precipitai là, desideroso di vedere con i miei occhi la situazione degli affreschi e trovare conferma diretta alle parole dello studioso.

Ma quello in cui mi imbattei andava in una direzione completamente diversa.

Come abbiamo già detto, in un momento imprecisato nel corso del III secolo a.C. la camera più antica fu posta in comunicazione con l’altra attraverso l’apertura dell’Orco III, distruggendo in tal modo la parte sinistra dell’Orco I, con la relativa nicchia, e costringendo ad una nuova stesura di intonaco nelle parti appena scavate: intonaco molto più scadente rispetto a quello di un secolo prima.


Tomba Orco I: settore sinistro, ristrutturato nel corso del III sec.a.C.

Ma, a questo punto, ecco l’incredibile scoperta.
La nuova parete intonacata si presentava stranamente vuota, priva sia di immagini che di testi iscritti, e non potevo credere che una parete così ampia e levigata fosse stata lasciata intenzionalmente disadorna, priva di affreschi. Avvicinando cosi la torcia elettrica alla superficie rovinata e sbiadita dell’affresco, mi accorgo delle tenui ed evanidi tracce di un testo epigrafico dipinto in nero, lungo ben 135 centimetri, contenente almeno 4 o 5 righe, e sotto di esso, delle tracce rosse, residuo probabilmente di figure sottostanti l’iscrizione.


T. Orco I: particolare con i resti di pigmento nero del nuovo testo scoperto.



Altro tratto della nuova iscrizione, con evidenti grafemi in pigmento nero.

Incredulo, consulto subito i miei inventari di epigrafi, articoli e disegni della tomba dell’Orco, ma non trovo nulla. Non posso credere che proprio di fronte ai miei occhi, in bella mostra, sia presente una nuova iscrizione etrusca mai individuata prima, in una tomba aperta addirittura dal 1868.
E non una tomba qualunque: la Tomba dell’Orco… la Tomba "degli Spurinas"!
Scatto foto da tutte le distanze, da tutte le angolazioni possibili, e poi torno a casa, per iniziare con l’aiuto delle fotografie la redazione dell’apografo, alla ricerca del gentilizio Spurinas.
Ma il gentilizio Spurinas, malgrado la mia convinzione ed i miei tentativi, non esce fuori.

Generalmente, nei grandi epitaffi funerari tarquiniesi del III secolo a.C. si verifica il seguente fenomeno, ben noto ed ampiamente documentato: le formule onomastiche che identificano i defunti recano molto spesso il gentilizio PRIMA del nome di persona. Ad esempio: Spurinas Velthur invece di Velthur Spurinas, oppure, Camnas Larth invece di Larth Camnas ecc. Come dire: Rossi Mario, invece di Mario Rossi.

Mi chiedo allora se non sia il caso di cercare il gentilizio proprio all’inizio del testo (che va letto da destra verso sinistra), in prima posizione in alto a destra, una sorta di trionfale incipit per questo elogium funerario, relativo alle gesta di un illustre defunto.

E là in effetti, dopo molti giorni di lavoro, identifico il gentilizio… che non è affatto Spurinas, ma Murinas!


Foto all'infrarosso del tratto iniziale del testo, con il gentilizio Murin(as).
Il senso di lettura è da destra verso sinistra.

Una volta completato il disegno, che ripropongo qui sotto, si riesce ad identificare il nuovo personaggio: si tratta di tale Murinas Larth, che è stato zilath anche lui, come i suoi avi (M)urinas, effigiati nella nicchia proprio accanto al nuovo testo. Anche le ben note iscrizioni frammentarie della nicchia, a questo punto, si possono integrare in Murinas, e l’intero complesso pittorico unificato dell’Orco I e dell’Orco III (forse, a questo punto, anche l’Orco II?) dovrà dunque essere riferito alle gesta di un’unica gens, non così conosciuta per via letteraria e storiografica come quella degli Spurinas, ma sicuramente importante, se ha potuto permettersi un complesso funerario di tale preziosità, in un periodo di inarrestabile declino della civiltà etrusca.


Rilievo della nuova iscrizione, con il testo parzialmente ricostruito:
Murin(as) Larth (...circa 16 lettere mancanti...) zilachnce (...) (da dx a sx).


Il risultato di questa sensazionale scoperta è stato da me pubblicato, in collaborazione con il relatore della mia tesi, Prof. Giovanni Colonna, dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, in un saggio nella rivista Studi Etruschi, per i tipi di Giorgio Bretschneider Editore, Vol. LXI, 1996, pp. 95-102, tavole XXII-XXIV, con tanto di fotografie in bianco e nero ed apografo ricostruttivo del nuovo testo epigrafico.

La conferma della bontà della mia interpretazione è giunta qualche tempo dopo, in due riprese. Una prima conferma della lettura del gentilizio Murinas nella nuova iscrizione è stata data dalla campagna di fotografie all’infrarosso da me commissionata all’Istituto Centrale del Restauro ed eseguita dal Dott. Giuseppe Fabretti, che è riuscito a produrre risultati strabilianti, facendo emergere le tracce del pigmento nero delle lettere in una maniera eccellente. Più sopra ho proposto la inequivocabile fotografia in bianco e nero tratta da un negativo all’infrarosso, realizzata dal Dott. Fabretti, che evidenzia benissimo il primo tratto dell’iscrizione, contenente, da destra verso sinistra, il gentilizio Murin(as). La fotografia all’infrarosso è stata poi da me pubblicata nella rivista Archeologia Classica, Vol. LI, 1999-2000. p. 281, fig. n. 3.

Una seconda conferma della esistenza del gentilizio Murinas nella Tomba dell’Orco è stata data dalla rilettura degli ottimi disegni di Louis Schulz, disegnatore incaricato da W.Helbig. Lo Schulz eseguì il rilievo delle raffigurazioni esistenti nella nicchia centrale (successivamente in parte cadute), riproducendo un testo di difficile interpretazione, ora non più conservato. Il testo è sempre stato letto, fin dall’epoca della scoperta e della pubblicazione nel Corpus Inscriptionum Etruscarum (al n. 5359), suthinia… thuvusa….. , sequenza priva di significato, accolta pedissequamente dagli editori successivi: Massimo Pallottino, Helmut Rix, e, beninteso, il nostro Mario Torelli, che non si è posto davvero il problema del significato di quei miseri lacerti.

Alla luce delle nuove acquisizioni mi è stato possibile riguadagnare anche la giusta lettura di questo insignificante frammento, sottovalutato da tutti gli studiosi, e rivalutare al contempo l’opera del povero Schulz, bollato spesso come falsificatore in quanto colluso con il poco stimato Helbig. Ma in questo caso lo Schulz lavorò benissimo, tanto più che egli non conosceva la lingua etrusca, e quindi non avrebbe potuto falsificare proprio nulla…

Il testo dello Schulz doveva semplicemente essere letto non, come usualmente si faceva, da destra verso sinistra per entrambe le righe, ottenendo l’insignificante sequenza, ma come un testo bustrofedico, che muove dalla riga in basso a partire da destra, e gira poi verso destra in alto con la seconda riga, che deve essere letta al contrario!


Disegno Schulz dell'iscrizione CIE 5359, perduta.
In alto: disegno privo delle integrazioni; in basso, stesso disegno, con le mie integrazioni a seguito della inversione del senso di lettura: Thuvus Larth Murin(as) Painials
. Riga in basso: si legge da dx verso sx; riga in alto: da sx verso dx.

Il risultato che si raggiunge capovolgendo il testo è, pertanto: Thuvus Larth Murin(as) Painials, vale a dire, la formula onomastica completa di uno dei personaggi della nicchia centrale: Larth Murin(as), Thuvus (quest'ultimo forse il titolo del suo sacerdozio, o altro nome di carica pubblica importante), figlio di una Painei (Painials è semplicemente il suo metronimico).

La questione del testo tramandatoci da Schulz è esposta in modo esauriente nel mio articolo pubblicato su Archeologia Classica LI, 1999-2000, cui rimando per una disamina completa.

Come ha accolto la novità di questa sensazionale scoperta epigrafica il mondo scientifico?
Il risultato è stato che, vuoi per non indispettire un grande luminare come Mario Torelli, vuoi per la delusione di scoprire che una tomba gentilizia di quella importanza apparteneva non ai blasonati Spurinas, ma a degli anonimi Murinas (forse immigrati giunti a Tarquinia dalla zona di Orvieto, nel corso del V-IV secolo a.C.), più nessuno ha pubblicato lavori scientifici sulla celeberrima Tomba dell’Orco, che sta lentamente uscendo dalla letteratura archeologica per cadere nel dimenticatoio. Mentre prima delle mie scoperte scorrevano fiumi di inchiostro sulla grande tomba ellenistica "degli Spurinas" (ancora tutta da scoprire, a questo punto!), dal 1999-2000, anno di pubblicazione del mio ultimo articolo, sul monumento più importante della pittura etrusca è calato il silenzio e non è più stata scritta una riga. Circostanza di cui, paradossalmente, mi ritengo responsabile…

Auspico almeno che, se da un punto di vista degli studi archeologici ed epigrafici il monumento si sta avviando verso l'oblio, altrettanto non avvenga dal punto di vista del restauro e della conservazione, aspetti pratici che coinvolgono in pieno l'attività di organi istituzionali come la Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale e l'Istituto Centrale del Restauro, ai quali rivolgo il mio appello affinché il tesoro di conoscenza racchiuso nella Tomba dell'Orco non cada in rovina.

E il Prof. Mario Torelli, come ha risposto alle novità?
Per tredici anni, ovvero fino al marzo 2009, semplicemente ignorando la scoperta (pur sostenuta con decisione da pochi, illustri studiosi del calibro di Giovanni Colonna, Carlo De Simone, Adriano Maggiani, che ringrazio in questa sede per il loro appoggio) ed evitando accuratamente, nelle sue pubblicazioni successive al 1996, di trattare l’argomento della Tomba dell’Orco, trasformatosi per lui da precipuo vanto  della sua produzione scientifica, a dolorosa spina nel fianco.

Poi è giunta finalmente la risposta, che potete leggere cliccando qui sotto...

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