
La dinastia flavia dotò Roma del primo anfiteatro stabile, completamente in muratura. I precedenti edifici, a partire dal primo, realizzato nel 53 a.C., erano in legno: strutture precarie, facili prede degli incendi che frequentemente devastavano la città. Durante il principato di Augusto fu eretto nel Campo Marzio, ad opera di Statilio Tauro nel 29 a.C., un anfiteatro semi-stabile, con la sola parte inferiore in muratura e l'elevato in legno: l'edificio bruciò durante l'incendio del 64 d.C.
Alla fine dell'età severiana, probabilmente durante il regno di Elagabalo (218-222 d.C.), fu realizzato un secondo, piccolo anfiteatro, l'anfiteatro Castrense, destinato però non a pubblici intrattenimenti, ma alle venationes organizzate esclusivamente per la corte imperiale. L'edificio è tuttora visibile tra Santa Croce in Gerusalemme e le Mura Aureliane, nelle quali fu inglobato.
Le biografie degli imperatori redatte da scrittori quali Svetonio (De vita Caesarum, da Giulio Cesare a Domiziano), i numerosi autori della Historia Augusta (da Adriano a Numeriano), nonché la Storia Romana di Cassio Dione (dallo sbarco di Enea al 229 d.C.), riportano alcune informazioni riguardo la storia dell'anfiteatro, in particolare menzioni di incendi e restauri e, anche se in chiave prevalentemente aneddotica, numerose notizie relative agli spettacoli allestiti fino al 284 d.C. A partire da questa data, in mancanza di biografie cronologicamente ordinate, le informazioni, spesso indirette, vanno desunte da testi letterari di vario contenuto redatti da autori tardi, quali Claudiano e Ammiano Marcellino, nonché dai testi epigrafici rinvenuti nel Colosseo e riferibili a restauri effettuati nel V secolo, durante le ultime fasi di funzionamento dell'edificio.
Nella biografia di Vespasiano (69-79 d.C.) Svetonio dice che egli “eresse un anfiteatro in mezzo alla città, come aveva saputo essere stato progettato da Augusto”. L'area prescelta, che nella ripartizione amministrativa augustea della città ricadeva tra le regioni II, III, IV, faceva parte della Domus Aurea di Nerone, che si estendeva dal Palatino fino all'Esquilino, incorporando quindi anche lo spazio oggi urbanisticamente definito come “piazza” del Colosseo. Svetonio, descrivendo la smisurata estensione della Domus Aurea, afferma che “il vestibolo era così vasto che vi poteva sorgere un colosso di 120 piedi (m. 35,52) raffigurante Nerone”; e ancora che “la larghezza era tale da accogliere un lago che sembrava un mare, cinto da edifici così numerosi da rendere l'idea di una città”.
Il poeta Marziale (40-104 d.C.) in occasione dell'inaugurazione dell'anfiteatro da parte di Tito nell'80 d.C., scrisse, per commemorare l'evento, una serie di epigrammi raccolti in un volume noto come “Liber de Spectaculis” (libro sugli spettacoli). Nell'epigramma II, l'autore conferma che “dove ora si erge la mole del grande anfiteatro, erano gli stagni di Nerone”.
Le affermazioni dei due scrittori vanno tuttavia valutate con cautela, giacché sia Marziale che Svetonio avevano buoni motivi per denigrare Nerone, l'uno perché “poeta di corte” della dinastia flavia, l'altro in quanto erede e portavoce della damnatio memoriae imposta dopo la morte dell'imperatore da quella aristocrazia senatoria che, arroccata sulle proprie posizioni di privilegio, aveva mostrato palese ostilità alla linea politica filo-popolare di Nerone. Le espressioni “lago grande quanto un mare” e “stagno”, tra loro contraddittorie e la seconda palesemente dispregiativa, definiscono in realtà uno specchio d'acqua di modeste dimensioni in cui Nerone allestiva anche naumachie.
Nel suo proposito di costruire un anfiteatro stabile nel luogo ove fu poi eretto da Vespasiano, l'imperatore Augusto, optando per un'area centrale, aveva operato una fondamentale scelta urbanistica. A questa di aggiunse, nella ripresa progettuale da parte di Vespasiano, una considerazione di natura strettamente politica, della quale è eco nel succitato epigramma di Marziale, il quale afferma che la domus neroniana “aveva sottratto le case agli infelici”.
Il plauso di Marziale è ovviamente diretto ai rappresentanti della dinastia flavia, che ripararono al sopruso perpetrato da Nerone, restituendo ad uso pubblico uno spazio da questo privatizzato a spese del popolo di Roma. Alla morte di Vespasiano (79 d.C.) l'anfiteatro non era completato; al momento della prima inaugurazione l'edificio comprendeva all'interno solo tre dei cinque ordini di gradinate previsti e i corrispondenti due ordini esterni. Le fonti letterarie forniscono pochissime informazioni circa la costruzione e l'inaugurazione dell'anfiteatro da parte di Vespasiano: si limitano, infatti, ad inserire l'edificio nell'elenco delle nuove costruzioni erette per iniziativa imperiale, tra le quali figurano il tempio di Claudio al Celio e il Templum Pacis.
E' a Tito (79-81 d.C.) che le fonti sembrano riconoscere il grande merito di aver costruito l'anfiteatro, a cui l'imperatore aggiunse i due ordini di posti mancanti e i corrispondenti due ordini esterni, e di averlo inaugurato. La solenne cerimonia con cui l'imperatore affidò alla cura degli dei il nuovo edificio fu seguita da festeggiamenti che durarono 100 giorni, come testimoniato da Cassio Dione. Furono offerti spettacoli non solo nell'anfiteatro, ma anche nell'antica Naumachia, il luogo che Augusto aveva fatto scavare fuori città, in Trastevere, appositamente per lo svolgimento di battaglie navali. La superficie del lago si estendeva per ben 192 ettari: qui il terzo giorno si svolse un combattimento navale cui parteciparono 3000 uomini.
L'apertura dell'anfiteatro fu commemorata con l'emissione di una moneta: il sesterzio di bronzo, che il Senato coniò in onore dell'imperatore, raffigura sul rovescio l'anfiteatro gremito dalla folla. Dopo la morte di Tito, appena un anno dopo l'inaugurazione dell'edificio, il Senato coniò un secondo sesterzio, simile al precedente. Anche le due monete quindi indicano Tito come artefice del completamento della grande impresa edilizia.
Cassio Dione riferisce di alcuni spettacoli di caccia offerti al pubblico durante il regno di Traiano (98-117 d.C.). Anche Adriano (117-138 d.C.), sebbene spesso assente da Roma, non privò la cittadinanza del piacere degli spettacoli di caccia. Il sovrano utilizzò l'arena dell'anfiteatro anche come luogo di punizione per quanti avessero dissipato le proprie sostanze: se riconosciuti legalmente responsabili, costoro venivano fustigati e poi rilasciati. Antonino Pio (138-161 d.C.) effettuò i primi restauri al Colosseo, forse danneggiato dallo stesso incendio che distrusse 340 tra abitazioni popolari e signorili. Incidenti di questo tipo si verificarono spesso nel lungo periodo di utilizzo dell'edificio. A parte il tavolato dell'arena, tutta l'area dei sotterranei ospitava elementi in legno, tra cui montacarichi, macchine sceniche, porte, sportelli, travi, ripiani, pavimenti. Ai margini dell'arena erano inoltre infissi, ad intervalli regolari, grosse travi per il fissaggio del recinto ligneo che, montato prima delle venationes, garantiva maggiore sicurezza agli spettatori delle prime file. Nel portico superiore le gradinate erano in legno, come i pali utilizzati per la manovra del velarium, il telo che in estate copriva le gradinate.
Il fuoco non si limitava a distruggere gli elementi in legno ma, traendo alimento da questi, calcinava le superfici in marmo e travertino e devastava i rivestimenti decorativi; frammenti di intonaco dipinto con tracce di bruciatura sono stati infatti rinvenuti durante lo scavo dei collettori fognarii.
Negli spettacoli di Antonino Pio apparvero animali di ogni specie: tra questi la iena costituì per i Romani una novità. Marco Aurelio (161-180 d.C.) non dimostrò interesse per alcun tipo di spettacolo. Naturalmente egli vi partecipava, per non suscitare il malcontento del popolo; ma durante gli spettacoli leggeva, scriveva e concedeva udienze, secondo un'abitudine seguita, prima di lui, da Giulio Cesare. Commodo (180-192 d.C.) al contrario fu un appassionato sostenitore degli spettacoli nell'anfiteatro.
Gli storici Cassio Dione ed Erodiano riferiscono molti particolari circa la partecipazione attiva dello stesso imperatore alle venationes. Una volta, dopo avere decapitato nell'arena uno struzzo con la spada, l'imperatore si avvicinò ad alcuni senatori (Dione era tra questi) e, con fare allo stesso tempo provocatorio e minaccioso, sorridendo senza parlare, sollevò con la sinistra la testa dell'uccello e con la destra la spada insanguinata.
Durante il regno di Macrino, nel 217 d.C., l'anfiteatro fu nuovamente danneggiato da un incendio provocato da un fulmine. I restauri, iniziati da Elagabalo, proseguirono ad opera di Alessandro Severo (222-235 d.C.) e Gordiano III (238-244 d-C.). Alessandro Severo dispose che il denaro proveniente dalle imposte pagate da lenoni, prostitute e omosessuali fosse destinato al restauro degli edifici per gli spettacoli, tra cui il Colosseo. I lavori di ripristino si protrassero a lungo: era infatti crollata un'ampia porzione dell'attico e con questa il corrispondente settore del colonnato superiore. Innescatosi un processo a catena, i materiali caduti all'interno avevano a loro volta arrecato altri danni.
L'imperatore Filippo l'Arabo celebrò il 21 aprile del 248 d.C. con i Ludi Saeculares il millenario della fondazione di Roma. Negli spettacoli offerti in quella occasione furono esibiti nell'arena del Colosseo animali domestici e selvatici raggruppati in precedenza da Gordiano III per celebrare il suo trionfo persiano, mai realizzato.
Il biografo di Gallieno racconta alcuni episodi svoltisi nell'anfiteatro di cui l'imperatore, uomo di spirito, fu protagonista. Una volta, alle insistenze della moglie affinché punisse un tale che le aveva venduto dei gioielli falsi, Gallieno ordinò di gettare l'impostore in pasto a un leone; ma al momento opportuno dalla botola emerse un pollo e, dopo il terrificante inganno, l'uomo fu rilasciato.
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