I luoghi.
Piazza del Quirinale, teatro di Roma settecentesca - Il nuovo palazzo della Consulta - La sistemazione delle Scuderie papali e l’allargamento della piazza sotto il papa Pio IX - Il nuovo palazzo della Famiglia pontificia, lungo la salita della Dataria - Il Capocroce di Trevi e la nuova sistemazione del Fontanone di Trevi, il vicino “lavatore del Papa” e la Panetteria - L’origine di via del Boccaccio - I Due Macelli, Capo le Case e il “fabbricone” di Propaganda - Piazza Mignanelli e la sua Rampa - Piazza di Spagna e la Trinità.
La storia.
Il Settecento romano, fino al termine del lungo e brillante pontificato di Benedetto XIV Lambertini, morto nel 1758, continua l’arredo della città secondo l’idea grande del teatro barocco.
L’assetto volumetrico di piazza del Quirinale, così come lo vediamo oggi con il palazzo della Consulta, capolavoro di Ferdinando Fuga, la sistemazione della scenografica fontana di Trevi, forse da un’idea del Bernini, e della zona tra la Dataria e piazza di Spagna, infine la splendida scalea che dalla Barcaccia sale fino alla Trinità de’ Monti, sono gli spettacoli di completamento di quella zona orientale della città che, tracciando la strada Felice (oggi via Sistina e via Quattro Fontane, che prosegue fino all’Esquilino), ha stabilito per i secoli che seguiranno gli anni 1500 il gran papa “tosto”, Sisto V.
Piazza del Quirinale, ideata da Michelangelo con il rettilineo della Strada Pia e il fondale lontano ma ben visibile di Porta Pia, assume una forma più compiuta tra ‘600 e ‘700, per opera di Gian Lorenzo Bernini e di Ferdinando Fuga, che lavorano per due papi di lunga e fortunata durata, Urbano VIII Barberini e Clemente IX Albani.
Quest’ultimo, eletto nell’anno santo 1700, apre con 21 anni di pontificato e con grandi costruzioni il nuovo secolo: suo è il bellissimo porto di Ripetta, di marmo travertino, capolavoro di Francesco de Santis e Alessandro Specchi: sono gli stessi architetti che faranno poi, in continuità di percorso, la bella scalinata di Trinità de’ Monti, spalancata verso il sole al tramonto e la cupola di san Pietro. La “passeggiata del Pincio”, in un primo tratto fino a villa Medici e poi allungata fino al villino Valadier, verso nord, comincia ad essere a fine Settecento uno dei luoghi della futura Urbe, che passa dal gusto neoclassico alle emozioni romantiche del primo 1800.
Nel Settecento si perfeziona quella corona verde di grandi ville nobili che, a partire da valle Giulia presso il greto del Tevere e continuando per la boscosa villa Borghese, proseguiva poi con le ville Boncompagni e Ludovisi, la villa di Paolina Bonaparte, la grande villa Montalto che arrivava fin quasi alle mura di Castro Pretorio, le successive villa Volkonski, villa Massimo e villa Celimontana. Una fascia di vegetazione ordinata che giunge fin oltre porta san Giovanni, a porta Metronia e all’Appia antica. Un settecento verde, poco noto.
In questa visita non si vede il Settecento dei bei giardini romani, delle collezioni d’arte splendide del card. Alessandro Albani nella sua villa fuori porta Salaria, nè la riorganizzazione settecentesca di villa Borghese, che in parte resta in piedi, pur dopo molti scempi del maggior patrimonio arboreo.
Il nostro itinerario comprende tre piazze, quella del Quirinale, quella di Trevi e quella di Spagna. Ma non può tralasciare, per parlare di architettura del Settecento, le novità delle due belle facciate delle basiliche di san Giovanni e di santa Maria Maggiore, capolavori di Alessandro Galilei e di Ferdinando Fuga, e neppure la bella facciata convessa di Santa Coce in Gerusalemme, con l’originale atrio ovale, di Domenico Gregorini. E per l’architettura civile non si può dimenticare la conclusione monumentale del Corso, fin quasi a palazzo Venezia, con la bella mole del palazzo Doria Pamphili, di Gabriele Valvassori, e le belle “quinte di teatro” di palazzine a Piazza Sant’Ignazio, di Filippo Raguzzini.
La piazza del Quirinale, come la vediamo oggi, risulta dal lavoro di tre secoli. Al centro i due Dioscuri che domano i cavalli provengono dalle Terme di Costantino; più volte restaurati, i cavalli e i domatori restarono in piedi per secoli, ma posti in allineamenti diversi. L’ultimo a farli sistemare fu Pio VI che, alla fine del ‘700, li fece porre in maniera divergente rispetto all’obelisco che vi aveva fatto collocare nel 1786. L’obelisco era una novità per la piazza: proveniva dalle vicinanze del Mausoleo di Augusto, e due secoli prima Sisto V aveva pensato di farlo mettere di fronte a Santa Croce in Gerusalemme, nella nuova piazza che avrebbe voluto inaugurare, quinto della serie dei suoi obelischi (dopo quelli di san Pietro, san Giovanni, santa Maria Maggiore e piazza del Popolo), se la morte non lo avesse còlto ai primi di agosto del 1590. Sisto V era lo stesso papa che aveva fatto erigere nel 1589 la nuova facciata del Quirinale, che poi Paolo V ornò di un portone e Urbano VIII fece decorare dal Bernini con le statue degli apostoli Pietro e Paolo.
Ancora un papa, Pio VII, tornato da Parigi dove era stato praticamente prigioniero di Napoleone, volle cambiare piazza del Quirinale: togliendo la vecchia fontana più piccola di Sisto V, e facendola sostituire con la grande vasca che oggi vediamo, presa dal Campo Vaccino, ossia dall’ex Foro romano, dove da tempo immemorabile fungeva da abbeveratoio per il bestiame. La nuova vasca, che è romana, di granito, e proveniva in origine dalle Terme di Caracalla, fu collocata dall’architetto di Pio VII, Raffaele Stern, su un elegante basamento sotto l’obelisco.
Gli ultimi grandi lavori in piazza del Quirinale li fece fare Pio IX, nel 1866: per evitare che la salita della Dataria fosse troppo ripida questo papa fece ampliare la piazza del Quirinale con un nuovo terrazzo, attorno al quale gira l’ampia curva che addolcisce il percorso carrozzabile. Al posto del primo tratto della Dataria fece costruire una scalinata panoramica in vista della cupola di san Pietro. Fu lo stesso papa a far ricostruire le stalle e le rimesse per le carrozze papali, armonizzandole con le decorazioni dell’intera piazza e, in particolare, con quelle del palazzo della Consulta.
Il settecentesco Palazzo della Consulta fu edificato dal 1722 al 1734 per un alto tribunale ecclesiastico, quello appunto della Consulta, ora sparito. Cominciato da Alessandro Specchi per volere di papa Innocenzo XIII Conti (colui che terminò la scalea di piazza di Spagna), il palazzo fu completato con suo originale progetto da Ferdinando Fuga per Clemente XII Corsini, del quale si nota lo stemma al centro della facciata. In basso, alle finestre, buffe statue di arpìe.
La via della Dataria costeggia prima il Palazzo della Famiglia pontificia (una “famiglia” molto vasta, formata da prelati e cerimonieri) e poi due palazzi, unificati a metà Ottocento con un’anonima facciata per diventare la sede della Dataria apostolica (antico dicastero papale che attribuiva titoli, concessioni e dignità ecclesiastiche). Il palazzo della “Famiglia pontificia”, rinnovato fra il 1764 e il 1765 per papa Clemente XIII, è oggi erroneamente chiamato della “Panetteria”, mentre la denominazione è chiaramente indicata sul portone da una lapide in latino. Della Panetteria papale, invece, è noto il cortile retrostante, nel quale in tempi di carestia veniva distribuito il pane dei forni pontifici ai numerosi poveri della città. Non quindi un palazzo, ma solo un cortile, affacciato sulla pendice più popolare del Quirinale, presso la zona in cui i papi fecero anche costruire un lavatoio pubblico, poi demolito.
Il Belli in un famoso sonetto, “La passeggiata ar coperto”, parla di un passaggio all’ombra che dall’antico ingresso degli Svizzeri (dirimpetto a san Carlino, sulla via del Quirinale), attraverso i corridoi della “Manica Lunga” del Quirinale, sbucava dopo una serie di cortili in quello della Panetteria, attiguo al palazzo della “Famiglia”.
Finito il blocco del palazzo della Dataria, si nota una bella palazzina settecentesca: è la dimora dei Testa-Piccolomini, senesi, realizzata dall’architetto Filippo Barigioni, uno degli ultimi interpreti di un delicato barocco. Un enorme paracarro di granito che reca ancora tre mezzelune, emblema dei Piccolomini, contrassegna il “Capocroce” di Trevi, ossia un crocevia abbastanza antico. Opposto al vertice è il palazzetto dei Savorgnan di Brazzà, nobile famiglia che dette all’Italia un noto esploratore d’Africa (di lui resta il nome nella città di Brazzaville, capitale della Repubblica democratica del Congo), che qui nacque. Anche il palazzetto, su mura più antiche, è settecentesco.
La Fontana di Trevi, all’origine, non nacque dov’è ora. Fu papa Niccolò V, a metà ‘400, a far porre una grande vasca-abbeveratoio sotto un getto copioso d’acqua in un trivio molto antico, che si affacciava verso il Corso là dove è oggi il Largo dei Crociferi. A ridosso della fontana sorse poi il gran palazzo della famiglia Poli, tra la via della Stamperia, via Poli e l’attuale Fontana di Trevi. La vecchia fontana di Trevi, con bocche d’acqua marmoree a forma di teste di leoni, rimase in funzione fino a quando, nella seconda metà del Seicento, Gian Lorenzo Bernini consigliò i papi di fare una fontana più grande, rivolta verso l’altura del palazzo papale e, pare, abbozzò anche un progetto (del quale non rimase nulla). Fu poi fatto un concorso tra architetti romani all’inizio del ‘700, e riuscì vincitore Niccolò Salvi.
Egli cominciò l’opera, ma a quanto pare non riuscì a compierla; fu finita solo nel 1762 sotto papa Clemente XIII. I simboli dell’ultimo capolavoro scultoreo di Roma barocca non sono religiosi: al centro, da un ingresso monumentale ricavato nel palazzo Poli, si vede uscire Oceano, il re di tutti i mari, su un carro a forma di conchiglia trainato da cavalli marini. In un riquadro, poi, l’origine del gran flusso di acqua: una fanciulla addita a soldati romani assetati una fonte, sita non lontano da Roma, presso la via Collatina. Il capitano di quei soldati è Marco Agrippa, genero di Augusto: da quella copiosa fonte egli attinse acqua per un grande acquedotto e quell’acqua, da duemila anni, si chiama Vergine dal ricordo, appunto, di quella fanciulla incontrata per via. E il luogo scelto da un papa del 1400, l’umanista Niccolò V, per porre la prima fontana del centro con l’acqua Vergine, era quello in cui un vecchio generale bizantino, Belisario, aveva fatto costruire un albergo per pellegrini poveri: santa Maria in Trivio. La chiesa antica, voluta da Belisario presso l’albergo nel VI secolo, recava pure il nome del generale inciso sull’architrave dell’ingresso: e questo è ancora oggi visibile, in via Poli: proprio di fronte al luogo in cui papa Niccolò V fece collocare la fontana dell’acqua Vergine.
L’itinerario si conclude, dopo aver imboccato un ampio tratto di via Due Macelli, al termine di via dei Condotti, proprio davanti alla fontana della Barcaccia, trovata geniale di Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo, per papa Urbano VIII, all’inizio del suo lungo pontificato. Anche via dei Condotti prende il nome dalle vecchie condutture dell’acqua Vergine, ben visibili ancora agli inizi del ‘700, prima che mercanti veneziani e piccoli borghesi costruissero le schiere di palazzine settecentesche di gran parte della strada. Già nella seconda metà del settecento, la via dei Condotti divenne strada di negozi di qualità e di stranieri, artisti e diplomatici che cominciavano a frequentare nuovi locali di Roma.
La scalinata di Trinità de’ Monti, realizzata nella prima metà del ‘700, rese elegante spazio urbano quello che prima era solo uno “scapicollo” suburbano. Tre re francesi finanziarono la costosa opera edilizia tramite i loro ambasciatori a Roma, tra i quali il più in vista è il Cardinal de Polignac, come leggiamo da una grande iscrizione. Ma, pur costellando di gigli e di nomi di re di Francia la maestosa scalea, non ottennero mai che il popolo romano la chiamasse come essi desideravano. E tutta la piazza, dall’imbocco davanti all’ambasciata antica dei re di Spagna presso i papi fino al termine in via del Babuino, si è sempre chiamata “di Spagna”. Lo sfortunato Luigi XVI, ultimo re di Francia, fece collocare il giglio dei Borbone della sua dinastia in cima all”Obelisco della Luna”, dinanzi alla facciata di Trinità de’ Monti: dei 13 obelischi di Roma è uno degli ultimi ed è un falso, forse d’epoca romana. La sua inaugurazione, come ricorda ancora la dedica, coincide con la fine di un’epoca nella storia del mondo. L’anno è il 1789, quello della Rivoluzione francese.
*La passeggiata ha inizio in Piazza del Quirinale e si conclude in Piazza di Spagna, per una durata di due ore e mezza; l'ingresso è gratuito in tutti i monumenti.