Il percorso.
Eudossia e la Praefectura Urbis - Una parte del Colle Oppio - Remote radici di un delitto e Vicus sceleratus - I Borgia e la fine del Medio evo - La residenza di uno splendido cardinale, Giuliano della Rovere - Michelangelo, il Rinascimento e i suoi drammi.
La storia.
Eudossia. Chi era costei? A questo nome femminile si fanno risalire le origini di una imponente basilica, voluta sì da un imperatore, ma d’Oriente. E si scopre, rileggendo le carte più antiche, che di Eudossia ce n’erano due: chiamate, nel buon latino, l’una maggiore e l’altra minore. La maggiore fu la moglie di Teodosio II imperatore d'Oriente, che regnò dal 408 al 450.
L'imperatrice inviò in dono alla figlia, Eudossia minore, una parte delle catene di San Pietro da lei ritrovate a Gerusalemme. Essa volle che di queste reliquie della prima prigionia dell’Apostolo, divise in tre parti, una restasse in Terra Santa, una fosse conservata a Roma, ove Pietro morì, ed una a Costantinopoli, “nuova Roma", sede dell'altra metà dell’antico Impero. Era intensa la simbologia che fu inaugurata da Costantino, primo imperatore cristiano, e fu mantenuta dai successori: un triangolo di luoghi santi unì le città maggiori dell’impero, di recente cristianizzato.
A Roma, le catene furono consegnate da Eudossia minore al Vescovo, che già dai fedeli era chiamato col nome di Pàpas, ossia padre: e papa era allora, dopo la desolazione del saccheggio dei Goti di Alarico (410) un uomo forte e saggio, Leone (che poi sarebbe stato proclamato "magno”, ossia grande, e santo). Si racconta che il vescovo Leone avrebbe posto le catene di Gerusalemme accanto a quelle della prigionia romana di Pietro, già gelosamente conservate in questo luogo. E che miracolosamente si sarebbero unite formando una sola catena. Il luogo, del resto, era nei pressi della Prefettura urbana ed è possibile che fosse quello della carcerazione di Pietro, al tempo di Nerone. Fatto sta che dopo le rovine recate dai Goti, la basilica fu ricostruita forse a spese di Eudossia minore, sotto il pontificato di Sisto III (439-40); lo stesso papa che fece costruire in grande Santa Maria Maggiore, là dove era, prima, solo la piccola chiesa di Sancta Maria ad Praesepe.
Di Eudossia minore restano poche notizie, ma la basilica antica, sull'altura settentrionale del noto colle Oppio, una propaggine del classico Esquilino, ancor oggi si chiama per la vecchia tradizione basilica Eudossiana. Scavi compiuti tra il 1956 e il 1959 per mettere in opera l’attuale pavimento della chiesa hanno portato alla luce i resti di una più antica aula absidata del III secolo (una Domus Ecclesiae in tempo di persecuzioni?) e, inglobato nei resti dell’edificio attuale, un altro tempio, absidato e a tre navate con due file di colonne, datato con certezza ai tempi di Costantino. Sembra dunque che già la prima chiesa, S. Pietro "in vinculis", conservasse la memoria della seconda prigionia del capo degli Apostoli, martire tra il 64 e il 67.
San Pietro in Vincoli fu tra le più venerate basiliche del Medio Evo cristiano. In essa il presbitero Mercurio fu proclamato vescovo, quindi papa, nell'anno 513: e fu il primo dei vescovi di Roma a cambiare il nome (di chiara origine pagana) in quello di un santo: fu Giovanni II. Il predecessore, del quale replicava il nome, S. Giovanni I, della Tuscia, era morto martire sette anni prima. Un altro papa, Pelagio I, che regnò tra il 556 e il 561, fece porre sotto l'altare maggiore, accanto alle catene di San Pietro, le reliquie dei fratelli Maccabei, leggendari difensori del popolo di Israele e venerati come santi, in una speciale urna che ancora esiste.
Una seconda vita la basilica e l'antico convento, realizzato là ove in tempi remoti ebbe la sede il Praefectus Urbis, la vissero mille anni dopo i tempi di Eudossia, Sisto III e Mercurio-Giovanni II.
Tre grandi cardinali umanisti, autentici protagonisti in campi diversi del Rinascimento in Roma, si succedettero come titolari della basilica e fissarono sulla collina, un tempo campestre e dominante le solitarie rovine dei Colosseo e dei Fori, la propria dimora, in successione per una sessantina d'anni: dal 1448 fino aI 1503.
Il primo di questi cardinali fu Nicola da Cusa, detto Cusano, che fu titolare della basilica dal 1448 e ne cominciò il rimaneggiamento in forma solenne. E fu lui stesso a dare al luogo, allora fuori mano, la prima fama di ritrovo di saggi e di umanisti. Gli altri due cardinali che gli succedettero nella illustre dimora divennero entrambi papi: furono Francesco della Rovere, priore dei francescani conventuali, e successivamente suo nipote Giuliano della Rovere. Papi notissimi e rinnovatori del volto di Roma, coi nomi pontificali di Sisto IV e Giulio II. Quest'ultimo, che aveva trasformato il colle in sede della sua prima galleria privata di statue, poi trasferite in Vaticano, non vi finì i suoi giorni come avrebbe desiderato, ma ebbe nella basilica la sua sepoltura e la sua giusta punizione, storica ed evangelica: lui, che aveva osato progettare la sua tomba-mausoleo al centro della nuova basilica di san Pietro, giusto sopra la tomba dell’umile pescatore di Galilea, nell’ampio spazio della gran cupola bramantesca. Lui, “secondo Giulio" che gli adulatori ponevano solo dietro Giulio Cesare; e che Michelangelo aveva scolpito nei panni e nell'ira di Mosé, il legislatore divino al vertice di una piramide di 44 statue, tra “virtù, figure bibliche e prigioni".
Per il povero Michelangelo, che nella sua lunga vita dovette rifare ben cinque volte (e sempre più piccolo) il progetto della tomba monumentale, gli storici dell’arte parlano di "tragedia della sepoltura”, vissuta per quarant'anni: dal 1506, ossia dalla prima e grandiosa idea, fino al 1545, quando, morto papa Giulio da più di 30 anni, lo stesso artista terminò questo mausoleo, ormai settantenne, con l’aiuto del fidato aiutante di campo in architettura, il geniale e già "barocco” ante litteram Jacopo Del Duca, siciliano.
La visita della basilica eudossiana, che ancora conserva nell’antica struttura qualcosa di solenne e di funereo, merita il rispetto dei luoghi e dei tempi. Tutti molto diversi.
I luoghi di quest'altura, forse in antico detta del Fagutale per un vetusto bosco di faggi (fagus) accanto al colle Oppius, recano memoria di un delitto di ventisei secoli fa, nella storia dei primi re di Roma. Si racconta che il penultimo dei re, Servio Tullio, che qui risiedeva in altura, non lontano dal Celio, l'altro colle che gli aveva dato fortuna nelle armi, fu assassinato in casa dalla figlia Tanaquilla e dall'usurpatore Tarquinio, detto il Superbo, che della sventurata si era invaghito. Gli antichi storici di Roma raccontavano che, gettato il cadavere del padre da una finestra della propria casa, la coppia di parricidi in fuga dal luogo del delitto avrebbe travolto sotto le ruote del carro il povero Servio Tullio facendone scempio. E da allora (siamo nella seconda metà del VI secolo avanti Cristo) la strada stretta che correva a valle verso nord, in direzione del Foro romano, fu detta Vicus Sceleratus. Ancora in tempo papalino, ossia fino a poco più di un secolo fa, era detto ‘vicolo Scellerato’ un tratto in discesa che correva parallelo alla ‘via Graziosa”. Era quest’ultima una via di ricordo rinascimentale, che fu sostituita cent’anni fa con la bruttissima, larga e burocratica via Cavour.
Ai tempi del cardinale Nicola Cusano e dei successori della Rovere, la famiglia dei Margani, potenti in rione Campitelli, si fece una villa robusta con un bel balconcino dominante la via Graziosa e l’antico, quasi dimenticato, vicolo Scellerato. L’appartamento, tra antichissime mura, fu gentilmente affrescato nelle stanze e qualcuno, per il balconcino (fino ad un secolo fa ornato di rampicanti), fece il nome di Raffaello. Ma la fama popolare, non si sa bene perchè (ma si suppone), ha dato a quel viottolo in salita che passa sotto la villa dei Margani e sotto il bel balconcino, il nome di "salita dei Borgia", che il Comune di Roma degli anni 1880-90, di chiara impronta massonica ed antipapale, si è premurato di conservare fino ad oggi. Vuole la fama popolare che quel discusso papa che fu Alessandro VI Borgia, da cardinale, avesse offerto dimora sontuosa alla sua amante Vannozza Cattanei, madre di cinque suoi figli, proprio nel palazzetto dei Margani presso san Pietro in Vincoli, ben lontano sia dal suo palazzo in rione Regola, sia dal Vaticano. Ma è solo chiacchiera ottocentesca ed anticlericale, non suffragata da alcun documento, dicono gli studiosi d’oggi. Vale, forse, il remoto ricordo del vicolo Scellerato.
La visita della basilica, perno della nostra scarpinata, si può cominciare dalla piazza prospiciente: dal bel portico rinascimentale in travertino, che ancora reca la Rovere del card. Francesco (poi divenuto papa Sisto IV), purtroppo sormontato da una sopraelevazione successiva, che toglie bellezza alla facciata, fino alle due torri che caratterizzano l’altura sulla quale ci troviamo.
La prima torre, a destra del sagrato e sopra la salita dei Borgia, è l’antica torre-belvedere dei Margani, poi trasformata in campanile della vicina chiesa di San Francesco di Paola, ritrovo nazionale dei calabresi a Roma. L'altra torre, ad ovest e in direzione del Palatino e Foro romano, è quanto resta del sistema difensivo dei Fragipane, dominatori della zona fra il XIII e il XIV secolo, che riuscirono ad inglobare come fortilizio persino il Colosseo. Un altro piccolo campanile è quello della chiesa dei Libanesi-maroniti, cattolici d’oriente che abitano dirimpetto a san Pietro in Vincoli da circa un secolo.
L'interno della basilica, dalla duplice fila di belle colonne scanalate, ci riporta alla solennità antica della cattedrale di Siracusa, dedicata a Santa Lucia. La grandezza delle tre navate basilicali risale al tempo d’una prima ricostruzione di luoghi sacri, fatta con denari d’Oriente, dopo il primo terribile saccheggio dei Goti di Alarico dell’anno 410. E’ il periodo di papa Sisto III.
La visita lungo la navata sinistra porta alla scoperta del ritratto in mosaico di San Sebastiano, grande martire romano d’una delle ultime persecuzioni, quella di Diocleziano e Massimiano, fatto eseguire da papa Agatone tra il 678 e il 681: San Sebastiano era il robusto patrono dei romani, invocato al tempo delle scorrerie longobarde e delle grandi pestilenze. L’importanza di questo ritratto è nella sua realistica impostazione: un uomo barbuto e coraggioso, quale fu il capitano delle guardie imperiali del Palatino, messo a morte dal tiranno imperiale solo perché cristiano. Invece, dal tardo Rinascimento in poi, la figura di San Sebastiano fu modellata su quella del bellissimo e pagano giovinetto Adone, dilaniato dalle frecce.
Poco lontano sono le tombe affiancate di due noti artisti del Rinascimento, nati in Toscana e morti a Roma come Michelangelo e tanti altri: sull’ultimo pilastro a sinistra il monumento funebre di Antonio e Piero del Pollaiolo, fratelli pittori, con i ritratti in nicchie ovoidali. Poco lontana la lastra tombale del cardinale e umanista Nicola Cusano, morto nel 1463: la lapide era a terra, ma è stata salvata dal calpestio perché bella opera marmorea di Andrea Bregno da Montecavallo, grande scultore del ‘400 romano.
Un ricordo ancora di un ‘400 medievale: presso il bel mosaico di San Sebastiano, un affresco malridotto che ricorda la processione propiziatoria che veniva fatta in occasione delle pestilenze; fu fatto durante un'epidemia del 1476, per invocare l’aiuto di San Sebastiano, del quale un’immagine veniva portata per le vie. L’artista, un buon pittore-narratore del '400, pare sia Antoniazzo Romano, l’autore delle storie di S. Francesca Romana a Tor de’ Specchi, sotto il Campidoglio, e delle storie della Santa Croce nell’abside della basilica di santa Croce in Gerusalemme.
Infine, una visita a parte merita la tomba di papa Giulio II, ultima elaborazione di Michelangelo, autore del gigantesco Mosè, scolpito tra il 1506 e il 1510 vivente lo stesso papa, che fu il modello del vibrante lavoro del Buonarroti. Di lui sono anche le belle figure di Lia e Rachele, donne bibliche che rappresentano la vita attiva e la vita contemplativa, poste un pò in alto. Mentre di Raffaello da Montelupo, allievo di Michelangelo, è una dolce Madonna col Bambino, così come dello stesso scultore sono una sibilla e un profeta ai lati. Il ritratto giacente del papa fu fatto, ma non dal vivo, da Tommaso Boscoli, mentre sono di Jacopo Del Duca, ultimo allievo del vecchio Michelangelo, le erme togate dell’ordine inferiore.
Alcuni pittori in auge a Roma ai primi deI ‘600, come il Guercino e il Domenichino, hanno fatto pitture per gli altari laterali. Pregevole è un rilievo dell’artista rinascimentale Cristoforo Foppa, detto il Caradosso, allievo di Bramante, che incise in bronzo i rilievi degli sportelli dell’urna che racchiude le catene di San Pietro.
Ma se si vuole avere un quadro completo dell’ambiente rinascimentale che abitò attorno a questa basilica negli anni tra il 1450 e il primo decennio del ‘500, bisogna dare un’occhiata a quel che rimane del chiostro cardinalizio della dimora adiacente alla basilica. Al centro è una bella imboccatura del pozzo, sormontato da trabeazioni del miglior Rinascimento romano. Il chiostro è assegnato dagli storici a Giuliano da Sangallo, uno dei maestri del rinascimento toscano venuti a Roma per Giulio II. Il pozzo sarebbe stato costruito secondo il Vasari tra il 1493 e il 1503; ossia quando fu qui magnifico padrone, per un decennio, il cardinal Giuliano della Rovere, non ancora Giulio II. Sotto questo portico fu ospitato almeno fino al 1503, il bellissimo Apollo del Belvedere, scavato in una villa romana presso Anzio e subito acquistato dal cardinale. Fu il pezzo più bello della raccolta, trasferita poi nel giardino papale del Belvedere in Vaticano.
Lo stesso Giulio II era da pochi anni papa, quando un vignaiolo di modesta condizione, un certo Felice De Fredis, scavando nella sua vigna presso la Suburra, ai piedi di san Pietro in Vincoli, si imbattè nell’eccezionale gruppo del Laocoonte. Fu Michelangelo, inviato là di corsa da papa Giulio, a riconoscere il capolavoro antico già descritto da Plinio il Vecchio in una villa della zona. Lo splendido gruppo scultoreo fu portato presto in Vaticano e De Fredis fece fortuna: il papa lo nominò gabelliere unico per la riscossione delle imposte sul vino dai carrettieri che venivano a Porta San Giovanni dai Castelli romani: una forma di finanziamento di natura tributaria per il vivace rinascimento romano.
L'itinerario ha come punto di partenza la chiesa di San Pietro in Vincoli; la durata è di circa due ore. Ingresso gratuito in tutti i monumenti.