Il percorso.
La via Ostiense, San Paolo fuori le mura e la via delle sette Chiese - La Magliana, la via Portuense e Santa Passera.
I fatti.
San Paolo di Tarso, nato nell’Asia minore da ricca famiglia ebraica e cittadino romano dalla nascita, dopo lunghi viaggi per annunciare Cristo a molti popoli, viene a Roma nell’anno 61 e muore qui, martire nell’anno 64 o 67, nella stessa persecuzione voluta da Nerone nella quale fu messo a morte san Pietro. Fu sepolto sulla via Ostiense, là dove era un antico sepolcreto sulla destra della strada per chi usciva da Roma.
Una prima basilica cristiana sorse ai tempi di Costantino, ossia subito dopo che la religione di Gesù ebbe piena libertà con l'editto dell’anno 313. La tomba non fu mossa, essendo stata sempre venerata anche nei secoli delle persecuzioni, poiché i cristiani vi avevano eretto sopra un segno visibile a tutti, un "trofeo”. La prima chiesa, più piccola, era stata inaugurata da papa Silvestro I, il santo che battezzò Costantino nell'anno 324, a spese dello stesso imperatore prima che questi lasciasse Roma per Costantinopoli, la nuova capitale.
Ma alla fine del quarto secolo l’imperatore Teodosio, volendo onorare l’apostolo Paolo con una basilica ben più grande, degna della sua fama e delle moltitudini di pellegrini che si recavano a visitarla, la fece interamente ricostruire. Non potendo spostare la tomba, sacra anche nel diritto romano, rovesciò l’ingresso della basilica, da oriente che era ad occidente, dirimpetto alla riva sinistra del Tevere. Non aveva altra scelta. La basilica Teodosiana, che è la più ampia di Roma dopo San Pietro, fu in realtà costruita da tre imperatori cristiani, Valentiniano II, Teodosio e il figlio Onorio, in tempi successivi. Fu inaugurata da quest'ultimo imperatore nel 395, come ricorda l'arco trionfale sopravvissuto al terribile incendio del 1823.
Vita difficile ebbe questa basilica tra il Tevere e la via Ostiense, sia perchè lontana dalle mura della città, sia perché troppo vicina al Tevere; alcune alluvioni invasero il tempio, che non fu praticabile per vari mesi durante gli Anni Santi del 1575 e del 1750, tanto che i papi fecero aprire una porta Santa a Santa Maria in Trastevere per i pellegrini delle sette Chiese impossibilitati a recarsi a San Paolo. Nell'anno 846 i Saraceni di Sicilia, sui loro agili battelli, risalirono il Tevere da Ostia e sbarcarono a San Paolo in una mattina d'estate, saccheggiandola. La stessa cosa fecero per San Pietro, anch'essa facilmente raggiungibile dal fiume.
I romani non fecero in tempo ad armarsi per correre in difesa della lontana basilica. Solo 26 anni dopo il saccheggio un papa romano, Giovanni VIII, che regnò daIl'872 all'882, poté riparare la basilica e costruirvi intorno una cittadella fortificata, da lui chiamata poi Giovannipoli, con una guarnigione di soldati e un abate benedettino che aveva anche funzione di vescovo e poteri civili nella piccola città, terminata una trentina di anni dopo la città Leonina costruita, dopo lo stesso saccheggio, attorno a San Pietro da papa Leone IV, aiutato da sussidi di re e principi cristiani di ogni nazione.
Giovannipoli però, a differenza della città Leonina, ancora oggi riconoscibile entro le mura vaticane, visse solo poco meno di cinque secoli. Costruita nel decennio 872 -882, vide le mura crollare con il terribile terremoto del 1348. Gran parte della popolazione abbandonò la città, non più fortificata. I papi erano ad Avignone e perciò non vi era modo di ricevere validi aiuti. La stessa città di Roma era spopolata e ridotta ai minimi termini; si racconta che non arrivasse allora a ventimila abitanti. Ma a San Paolo restarono, eroici, i benedettini.
Anche il vecchio campanile crollò in quell'infausto 1348. Praticamente non fu ricostruito, nella sua altezza, che nella seconda metà dell'800, allorché l'intera basilica fu ricostruita, con il lavoro di tre generazioni di romani e l'impegno di quattro papi, dopo la sua più recente sciagura: un incendio divampò infatti per due notti e due giorni, il 15 e il 16 luglio del 1823. Si racconta che a papa Pio VII, morente, i cardinali vollero risparmiare il dolore di apprendere la notizia del crollo della basilica. Ma le fiamme furono viste per due notti da gran parte di Roma e tutti ne parlavano. Crollò tutta la parte centrale della basilica e gran parte delle navate, così come parte del transetto, del portico antico e della facciata. Restò intatta una cappella laterale dell'abside e rimase in piedi gran parte del mosaico absidale ed il chiostro.
Gioielli sopravvissuti di una basilica che, per volontà dei papi dell'800, ha dovuto essere un trionfo di marmi, freddi e geometrici ma poco comunicativi, sono: il bel ciborio centrale di Arnolfo di Cambio ed aiuti, che fu completato negli ultimi anni '90 del 1200, all’approssimarsi del primo e grande Anno Santo indetto da papa Bonifacio VIII nel 1300; il supporto del cero pasquale di Pietro Vassalletto e Nicola d’Angelo, del XII secolo, collocato accanto all’altare maggiore; il grande mosaico absidale voluto da papa Onorio III ai primi del '200, forse realizzato da artisti venuti dalla Sicilia normanna e sveva; il mirabile chiostro dei Vassalletto, capolavoro gemello del chiostro di San Giovanni in Laterano. E la bella porta niellata d’argento, del 1070, bellezza sconosciuta nel portico d’ingresso, tutto ricostruito.
Come curiosità preziose, più che come opere d'arte, si possono considerare: due altari gemelli alle rispettive estremità del transetto, in malachite massiccia e in lapislazzuli, doni magnifici dello zar Nicola I di Russia, che con altri principi e re cristiani volle contribuire alla rinascita della basilica; quattro colonne monolitiche d’alabastro, a ridosso della facciata d'ingresso della basilica nella parte interna, dono del Kedivé d'Egitto a papa Gregorio XVI, appassionato d’archeologia e di marmi antichi; due grandi mosaici che riproducono due opere di artisti del '500 e dell'800, copiate a fine '800 dai mosaicisti vaticani sopra i due altari ai limiti estremi del transetto: a destra l’incoronazione di Maria, di Francesco Penni e Giulio Romano (allievi di Raffaello) e a sinistra la conversione di san Paolo, di Vincenzo Camuccini (Roma, 1771-1844). Infine, un’originale acquasantiera presso l’uscita laterale destra verso la via Ostiense, raffigurante un fanciullo che attinge l’acqua, conteso tra un angelo e un diavolo, opera romantica di Pietro Galli (1860).
Sorpresa di questa passeggiata è un’antica chiesetta ricavata da un sepolcro romano di età imperiale, su un lato dell’antichissima via Portuense, che costeggiava il Tevere sul lato destro, presso il greto del fiume. E’ la chiesa di Santa Passera, fino ad una sessantina d’anni fa in piena campagna presso i prati della vecchia Magliana (oltrepassato, venendo da San Paolo, il moderno ponte Marconi).
Suggestiva per il suo interno e le tracce di antichissimi dipinti, la chiesa di Santa Passera rappresenta col suo stesso nome una disavventura linguistica. Una santa Passera non è mai esistita, non appare in nessun martirologio, agiografia o elenco di santi. La chiesetta era dedicata a san Ciro, abate di origine egiziana venerato anche a Roma, in un villaggio suburbano di egiziani e di orientali che aveva preso posto lungo la riva del Tevere. Dal nome deformato di sant'Abbaciro o Abbasiro (così detto dal latino Abbas Cyrus) è venuto quello di santa Passera, per il tramite forse di sant'Abbàsira. Neanche una lapide ricorda il santo Abate Ciro, venerato da immigrati da secoli e secoli sulle rive del Tevere, e trasmigrato dalla valle del Nilo insieme ai cristiani copti fuggiti sotto l’invasione araba, fino al centro della cristianità mediterranea, divenuto santa Passera per una sbadata volontà popolare di periferia, involontariamente poetica. Succede a Roma.
Punto di partenza della visita guidata: la basilica di San Paolo fuori le mura; punto di arrivo a Santa Passera. Durata della passeggiata: due ore circa. Ingressi gratuiti.