Il percorso.
Piazza della Rotonda - Sant’Eustachio e la Sapienza - La Corsia Agonale e piazza Navona - S. Maria della Pace - Via del Governo Vecchio e le novità borrominiane alla Chiesa Nuova.
La storia.
Papa Innocenzo X Pamphili fu eletto il 15 settembre 1644, regnò poco più di dieci anni e ci regalò piazza Navona, sperando di legarla al nome della sua famiglia, “piazza Pamphilia”. Il suo successore, Alessandro VII Chigi, eletto il 7 aprile 1655, regnò dodici anni e ci regalò piazza san Pietro col suo colonnato, l’ingresso di piazza del Popolo e qualche altra solenne scena urbana.
Questi due magnifici e spendaccioni successori di papa Urbano VIII Barberini non fecero altro che proseguire il disegno del grande teatro della città. Soprattutto con palazzi, fontane e basiliche, ben congegnando tra loro gli edifici, sulle ampie prospettive delle strade rettilinee, delle piazze e degli obelischi pensati in un progetto organico a forma di stella da papa Sisto V e dal suo architetto Domenico Fontana. E se il papa Barberini ebbe per primo architetto Gianlorenzo Bernini, nei suoi ventuno anni di pontificato, papa Pamphili ebbe all’inizio, da solo, Francesco Castelli detto il Borromini, e poi ben presto, la rimonta di Gianlorenzo Bernini e i successi architettonici di Pietro da Cortona. Quindi papa Chigi tornò a giovarsi della fantasia teatrale del Bernini, completando al tempo stesso i grandi disegni del Borromini, di Pietro da Cortona e di altri, rivelatisi in quelle spettacolari fabbriche che dettero esempi all’intera Europa ed al continente americano.
La piazza della Rotonda, dominata dalla grande mola cilindrica del Pantheon, fu mercato animatissimo dalla fine del medioevo al 1847, quando per volere di Pio IX le baracche e baracchette delle mercanzie furono tolte. Ma già dall’anno santo 1575 la piazza aveva la sua bella fontana panciuta, a quadrifoglio, voluta da papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-85) e realizzata, in marmo bigio africano, secondo il disegno di Giacomo della Porta e con sculture di Leonardo Sormani, savonese, più di un secolo prima che un altro papa, Clemente XI Albani, vi ponesse sopra un obelisco ai primi del ‘700. Era una piazza più piccola prima che fosse ampliata verso nord, in prossimità delle vie parallele della Rosetta e della Maddalena, da papa Pio VII Chiaramonti all’inizio dell’800. Ma già verso la metà del ‘600 papa Urbano VIII Barberini, non ritenendo sufficiente la maestosità del Pantheon di Agrippa, che già compiva i mille e cinquecento anni nel suo rifacimento dell’imperatore Adriano, incaricò i suoi architetti di ornarlo con due campanili alle estremità dell’ampio frontone. I romani chiamarono ben presto “le orecchie d’asino” i due campanili barocchi, che la tradizione attribuisce al Bernini, e che furono demoliti solo nel 1883. Ma restarono, per due secoli e mezzo, ad ornamento della piazza barocca. Forse, riteniamo noi, i due campanili furono fatti per tirare un poco più in alto, verso il cielo romano, la mole del Pantheon che giaceva quasi affondata nella piazza, che è la più bassa di Roma: esattamente al contrario di come l’aveva voluta l’imperatore Adriano, negli anni tra il 118 e il 125, quando ricostruì il “Tempio di tutti gli Dei” (in greco Pantheòn), elevandolo con le colonne del pronao gigante sulla piazza antistante mediante una maestosa scalinata costeggiata da due fontane. Ma mille anni circa di alluvioni del Tevere colmarono l’antica piazza romana, che era contornata di portici su tre lati, con sei o sette metri di fango e detriti. Solo razionali scavi moderni nella piazza ci hanno permesso di ricostruire l’immagine antica ed hanno rimesso in luce, solo per breve tempo, le vasche marmoree delle antiche fontane ai lati della facciata.
Per l’antica salita dei Crescenzi, verso occidente, ricordando le dimore in Campo Marzio di questa antica casata che dominò Roma, giungiamo alla piazzetta di sant’Eustachio, una delle più antiche parrocchie di Roma, rifatta con l’intero edificio nel ‘700. La piazza antistante è dominata in eleganza dalla cuspide a vite della Sapienza. E’ bello cominciare a contemplare da questa piazzetta, col profumo d’un famoso caffè che apre la sua porta di fronte a sant’Eustachio, la guglia del Borromini: è al sommo di un suo capolavoro architettonico, che realizzò nello spazio dei regni di tre papi, i più munìfici dell’età barocca: il Barberini, il Pamphili e il Chigi. E furono proprio gli elementi simbolici più appariscenti, negli stemmi dei tre papi - l’ape, la colomba e la stella - a suggerire al tempo stesso gli elementi simbolici ed architettonici della “Domus Sapientiae”, ossia della Casa della Sapienza, l’Università romana fondata con tal nome da Bonifacio VIII nel 1302. La guglia a tortiglione che si avvita nel cielo di Roma, secondo l’idea del Borromini, rappresenta assieme l’idea del pungiglione drizzato verso l’alto dell’ape barberiniana e l’immagine del fuoco inestinguibile dello Spirito Santo, la divina Sapienza appunto, che sgorga, puntata sulle nuvole barocche, dal cuore della città eterna e della sua università. La colomba della famiglia Pamphili, originaria di Gubbio in Umbria, è poi presa dal Borromini come simbolo dello Spirito divino, mentre la stella ad otto punte dei Chigi, senesi, decora meravigliosamente l’interno della cappella universitaria che è alla base della guglia, dedicata a sant’Ivo, un avvocato santo.
Il passaggio dalla Sapienza a Piazza Navona, manifesto di Roma barocca in tutto l’insieme, è naturale e storicamente logico, se si passa dalla Corsia Agonale. Era questa, ad oriente del grande stadio di Domiziano, l’ingresso popolare, forse il più frequentato, in questo spazioso luogo di divertimento voluto da un imperatore ambizioso quale fu il secondo successore del grande Vespasiano.
Anche qui le alluvioni, per tutti i mille armi del medioevo, hanno cambiato il paesaggio storico. Ma non di molto. E' vero: le case sono costruite sopra le gradinate dello stadio e gli archi poderosi di travertino, affondati nella melma antica, si possono veder affiorare soltanto nella sommità, con sette metri di terra sotto i nostri piedi, prima di arrivare al selciato degli anni '90 del primo secolo dell’era cristiana, ossia del tempo di Domiziano. Ma la piazza conserva ancora la forma di stadio, in tutta la sua pianta. I papi con le loro leggi hanno fatto in modo che le case circostanti mantenessero un preciso livello ai margini del grande Circo Agonale, il circo delle gare (Agòn in greco, lingua più diffusa a quel tempo anche a Roma). Ci pensò poi il cardinal Giovan Battista Pamphili, divenuto papa a settembre del 1645, a progettare per il prossimo Anno santo 1650, una piazza nuova e teatrale dinanzi al palazzo che era della sua famiglia e che egli stesso aveva ampliato. Nacquero così, su disegno organico del Borromini, la nuova basilica di sant’Agnese in Agone (con la sua cupola arieggiante a san Pietro, le due guglie ai lati e la facciata curva “ad invito”), il lungo fronte del palazzo Pamphili, attiguo al tempio, e la fontana con l’obelisco, ben calcolata in perfetta armonia con l’estensione dell’intera piazza. Mentre già c’erano, volute da Gregorio XIII per l’anno santo 1575, le due fontane presso i lati brevi della piazza, come abbeveratoi per gli animali e refrigerio per mercanti ed avventori.
A Borromini si deve l’onore del disegno complessivo nelle sue perfette proporzioni. A Bernini, che gli soffiò con arguzia la commissione papale per la fontana dei Fiumi, si deve il capolavoro narrativo dei marmi animati, con le meraviglie dei quattro continenti conosciuti allora. Ed infine si deve agli architetti Girolamo e Carlo Rainaldi, padre e figlio, continuatori dei progetti borrominiani e in armonia con lo stesso Bernini, il completamento della chiesa di sant’Agnese. Il Bernini, chiamato da donna Olimpia Maidalchini Pamphili, cognata del papa e protagonista per dieci anni della mondanità in Roma, realizzò pure il bel Moro al centro della fontana della Cuccagna, sul vertice sud della piazza; ed un concorso statale di fine ‘800, bandito dal regio governo, completò con un berniniano Nettuno (due secoli abbondanti dopo il Bernini) la vecchia fontana dei Calderari, a nord, a pochi passi dalle friggitorie e dal profumo dei filetti di baccalà o dei supplì, esalante dalle botteghe delle “Cinque lune” (stemma dei Piccolomini, di Siena, che ebbero un palazzetto nei pressi).
La visita si completa, nell’arco di una mattinata piena, andando più ad occidente, oltre la via dell’Anima, per ammirare l’abilità urbanistica di Pietro da Cortona nel rifacimento della piazza, un tempo troppo angusta, di santa Maria della Pace, già capolavoro bramantesco d’un secolo e mezzo prima, e della nuova facciata del tempio votivo, voluto da un papa di fine ‘400, per implorare la pace sul popolo romano e sull’intera Italia. La scarpinata termina tornando verso sud, sull’antica via del Governo vecchio, per volgere di nuovo ad occidente verso san Pietro, sull’antico percorso medievale della via Papalis. E proprio alla fine della strada, che prende il nome dall’antica sede di governo del cardinal Vicario del papa Sisto IV, Stefano Nardini, arroccato in un palazzo severo, troviamo uno degli spigoli del gran convento pentagonale dei Filippini, l’ordine religioso dei preti dell’Oratorio fondato da san Filippo Neri verso la fine del ‘500.
Prendendo a sinistra per una vecchia strada che fiancheggia la Chiesa Nuova (allora!) voluta da san Filippo nel 1570, si sbuca nella piazza, adibita a spazio integralmente pedonale, che guarda a due facciate affiancate: la manieristica fronte della Chiesa Nuova, appunto, realizzata da Fausto Rughesi di Montepulciano, emulo di Michelangelo; e la novità architettonica della facciata dell’Oratorio del Borromini, realizzata a metà seicento e segno straordinario della maturità dell’artista. La visione del’Oratorio, almeno nella facciata, si completa in bellezza nella svolta sulla prima via a sinistra del grande fabbricone del convento dei Filippini, via dei Filippini appunto, per giungere alla piccola ma delicatissima piazza dell’Orologio: questa, seppur un tantino modificata circa un secolo fa, ci canta ancora con le ore segnate dalle campanelle della torre borrominiana, le glorie di eleganza e di poesia del grande architetto ticinese.
La scarpinata ha inizio in Piazza della Rotonda di fronte al Pantheon, e termina in Piazza della Chiesa Nuova. Durata del percorso: 3 ore circa. Ingresso gratuito in tutti i monumenti.