
I luoghi.
Traiano e i suoi sbancamenti - L’inizio della via Flaminia - Il sepolcro di Sulpicio Bibulo - La “Pedacchia” e la “Ripresa dei Bàrberi” - Un palazzo per veder meglio le corse - Qui morì Michelangelo - Santa Maria in via Lata - Le stalle delle Poste imperiali - La traversa di via di Pietra - Piazza Colonna e il taglio stradale di Nerone - L’arco di Portogallo - Dove si trovava l’Ara Pacis - Il sito dell’obelisco di Psammetico, riscoperto da un papa del ‘700 - La piazza astrologica dell’imperatore Augusto e la sua tomba - fasti e nefasti dell’Augusteo, dei suoi obelischi e della sua zona.
La storia.
Fu un’idea di Giulio Cesare, proposta al Senato Romano, quella di aumentare il suolo sacro e monumentale di Roma. Al suo tempo infatti la campagna romana cominciava da piazza Venezia, nella vallata a nord della Rocca Capitolina, per la vasta estensione del Campo Marzio, già usato per cinque secoli per le esercitazioni militari, ma anche per assemblee politiche e gare sportive. La Lex de Urbe augenda, ossia per aumentare l’area della città, segnata da confini sacri, uscì con Cesare poco prima che cadesse sotto i pugnali dei congiurati. Ma fu attuata da Augusto, nel suo tranquillo tempo di unico arbitro dei poteri del vasto impero, durato quarantacinque anni, dal 31 avanti Cristo al 14 dopo Cristo.
C’era già, da più di due secoli, l’antica via Flaminia, che scendeva su un fianco del Campidoglio, da una stretta porta tagliata in cima, nelle mura fortificate fin dai tempi dei primi re, da Romolo a Servio Tullio che ampliò le mura attorno ai sette colli.
Augusto ai piedi del primo tratto della via Flaminia tracciò una strada nuova, ampia e rettilinea, che fu chiamata via Lata per quindici secoli, ossia “via Larga”. Mirava direttamente a nord, verso il ponte Milvio sul Tevere distante circa tre chilometri. Ma per il primo miglio romano, nei secoli dell’impero, la nuova via Lata fu fiancheggiata da edifici monumentali, fino all’odierna piazza del Popolo. Dove all’altezza delle attuali due chiese "gemelle" sorgevano due simmetriche piramidi, quasi per indicare che finiva l’edilizia urbana e cominciava il suburbio. Già le piramidi erano tombe, ispirate agli antichi Egizi. Poi, lungo la Flaminia alla quale si unì nel primo tratto la successiva via Cassia, venivano mausolei classici, come quello dei Domizi (oggi sotto Porta del Popolo) in cui fu sepolto Nerone, l’imperatore dannato nella leggenda popolare.
Un’altra tomba, molto più antica, era ai piedi del Campidoglio, risalente ai tempi della Repubblica in cui la città finiva sulla cresta del Campidoglio, dove erano le vecchie mura. Ancora se ne serbano i resti su un fianco, trascurato anche dai turisti, dell’Altare della Patria, in un praticello presso una fontana di primo ‘900 dedicata al fiume Tevere: è il sepolcro di Gaio Sulpicio Bìbulo.
Questa tomba è precedente di almeno due secoli ai grandi lavori che fece fare l’imperatore Traiano, con migliaia di schiavi, per sbancare totalmente un pezzo di collina, alto dal suo attuale livello circa 40 metri, che univa i colli Quirinale e Campidoglio. L’altezza è segnata, per volontà dello stesso imperatore, dalla colonna Traiana. Essa celebra come in un film sul lungo bassorilievo arrotolato sul fusto di marmo di Carrara, la storia delle sue imprese militari per la conquista di una nuova regione dell’impero, la Dacia, corrispondente alla odierna Romania.
Con questo enorme sbancamento di tufo e di terra Traiano mise in comunicazione, in pianura, i Fori imperiali (l’ultimo dei quali era il suo, ricavato dal grande scavo tra i colli) con la via Flaminia e il Campo Marzio. La piccola spianata a nord del vecchio Campidoglio, in basso, fu gremita nel medioevo da casupole e chiamata “ad pedem Arcis”, ossia ai piedi della Rocca Capitolina; ma poi, popolarmente, ebbe un solo vocabolo per nome, che restò fino al 1911 ad una stradina: via della Pedacchia. Era la vecchia via “al piede dell’Arce”.
Poco più in là ebbe casa un cristiano del II secolo, un figlio del quale studiò da prete e divenne papa: Marco, vescovo di Roma, poi fatto santo, il quale dedicò una chiesa eretta sulla casa paterna, intitolandola a san Marco evangelista, invocato come suo patrono (san Marco, del resto, fu discepolo di Pietro e forse scrisse a Roma il suo Vangelo).
Più di dieci secoli dopo divenne titolare della chiesa un ricco cardinale veneto, Pietro Barbo, il quale - divenuto papa nel 1464 - non solo rinnovò la chiesa, ma trasformò pure in palazzo quella che in origine era stata solo una torre, detta del Biscione. E quel palazzo lo protrasse, con grandi sale e finestre, lungo la “piazza di san Marco” che dava accesso alla via Lata a nord, per assistere comodamente all’esito della corsa dei cavalli che, tra una gran folla di romani, partiva da Piazza del Popolo e giungeva là sotto, nell’ultimo giorno di carnevale, a chiusura delle feste di martedì grasso.
A piazza di san Marco (poi detta “di Venezia” perchè, dal ‘500, nel palazzo ebbe sede l’ambasciatore della Serenissima) fu trasportata, per mettere in salvo la giurìa di gentiluomini dalla furia dei cavalli in arrivo (erano detti Bàrberi), una grande vasca di granito tratta dalle terme di Caracalla, accostata ad un muro del palazzo papale. Per questo la piazza fu pure detta, da metà del ‘400 (il tempo di papa Barbo, Paolo II, che incrementò le corse), Piazza della Conca. La conca fu poi trasportata a Piazza Farnese, insieme ad un'altra proveniente anch'essa dalle terme di Caracalla.
Piazza Venezia era fino ai primi anni del ‘900 meno di un quarto dell’attuale. Una piazzetta rettangolare, quattrocentesca, segnata da un lato dal palazzo costruito da papa Paolo Il Barbo e su un altro, sotto il Campidoglio, marcata dal porticato del Verziere del Papa, ossia un giardino realizzato dallo stesso Paolo II nel cortile di un palazzetto fatto costruire ad angolo retto con la torre e il palazzo.
Prima che nel primo decennio del ‘900 fosse allargata piazza Venezia, fu cancellata una viuzza che correva su un lato del palazzetto del Verziere (ossia del giardino, con piante sempreverdi). Questa si chiamava via della Ripresa dei Bàrberi. Ricordava che per quella strettoia si facevano passare i cavalli di Barberia (acquistati per secoli dagli Arabi di Tripoli della Libia e cresciuti allo stato brado), per riprenderli alla briglia e condurli alle stalle, dopo la folle corsa per la via Lata, transennata ad ogni trasversa per il suo intero percorso.
La via Lata era fiancheggiata, almeno nei cinque secoli di durata dell’impero di Roma, da monumentali portici sui due lati. Sopra i portici si alzarono insulae, ossia grandi edifici per case o uffici. Sotto i portici erano aperti negozi, o pubblici uffici, come quelli delle Poste Imperiali che avevano ampie stalle per l’allevamento dei cavalli, necessari per molti corrieri e per il tiro dei carri da trasporto, nel primo tratto a destra della via, con ingresso sulla retrostante strada parallela, oggi via di San Marcello.
Perché questo nome? Marcello era un altro papa, ossia vescovo di Roma, che morì martire nell’anno 309 in una delle ultime terribili persecuzioni, fatto morire asfissiato dal fetore degli escrementi equini, essendo stato chiuso in una delle concimaie. Sul luogo del martirio secondo la tradizione sorse una delle prime chiese dei cristiani, liberi dopo l’editto di Costantino del 313, e prese quel nome: ma la chiesa più antica aveva l’ingresso in via di san Marcello, in prossimità della odierna Piazza Santi Apostoli. Fu capovolto l’orientamento alla fine del ‘600 quando, per completare la monumentalità del Corso, si pensò di fare la nuova facciata, di Carlo Fontana, su un piccolo slargo della grande via.
Quasi dirimpetto è la bella facciata di Santa Maria in via Lata, opera egregia di Pietro Berrettini da Cortona, che serba la memoria nel sottosuolo di una Ecclesia Domestica, ossia di un ritrovo di cristiani, ospiti d’una casa privata, secondo la tradizione fin dai tempi di san Pietro che avrebbe qui celebrato l’Eucaristia. La chiesa più antica, sommersa da alluvioni del Tevere, come pure il sottosuolo che conserva mura dell’antica casa romana, fu poi ricostruita e dedicata alla Vergine sempre con il nome antico, memoria della via Lata sulla quale fu eretta. Anche se oggi “via Lata” si chiama invece una stradina sul fianco della stessa chiesa, sulla quale si affaccia la fontanella e la statua-ritratto del Facchino di via Lata: il berretto è quello dei facchini che, secoli fa, portavano i barilotti di vino. Secondo una storia romana, sarebbe il ritratto d’un famoso beone, pietrificato nei secoli a reggere una botticella d’acqua perpetua. Secondo altri il volto, deformato da pietrate di ragazzacci, sarebbe stato quello di Martin Lutero, condannato a servire l’acqua fresca per fedeli assetati. Nei pressi del Facchino di via Lata, un pò più avanti, la strada antica era attraversata da un arco poi demolito nel ‘600: i rilievi di marmo dell’arco con ritratti dell’imperatore Marco Aurelio furono portati in Campidoglio.
Piazza Colonna, che reca al centro sul suo vecchio basamento (interrata per più di cinque metri) la colonna narrante le imprese di Marco Aurelio, specie le sue vittorie sui Quadi e i Marcomanni (popoli germanici che minacciavano le frontiere nord-orientali dell’impero), era in antico circondata da portici sui quattro lati, portici che prolungavano quelli della via Lata.
Da questa piazza, quando ancora non c’era la colonna, partì una grande via voluta da Nerone diretta ad occidente e chiamata via Recta: una bisettrice dell’antica vasta pianura del Campo Marzio, diritta fino ad un grande ponte sul Tevere, fatto dallo stesso imperatore per collegare la città antica con i suoi giardini e il suo stadio personale in un avvallamento dei Montes Vaticani, poi chiamato Circo di Nerone. Il ponte, che crollò nel V secolo, era aperto da un grande arco di trionfo che gli valse il nome di Pons Triumphalis e passò il nome stesso alla via che da lì aveva origine, oltre il Tevere, fino a raggiungere trasversalmente, una quindicina di chilometri dopo, la via Cassia, quella via Triumphalis per la quale rientravano i condottieri dopo le campagne militari nel nord dell’Europa. La via poi dette anche nome al popolare quartiere che sorse ai lati, sotto Monte Mario, il Trionfale, e ai cortei di pellegrini, specie tedeschi e olandesi, che con vessilli cristiani ed intonando inni sacri scendevano su Roma per la strada antica, lasciando la Cassia al bivio della Giustiniana.
Oggi il vecchio rettilineo neroniano che partiva da un lato di piazza Colonna, è stato in parte ristabilito con restauri di fine ‘400 da papa Sisto IV: inizia dalle retrovie di palazzo Capranica e, per le vie del Collegio Capranica, delle Coppelle, di Sant’Agostino e dei Coronari, porta fino a via del Curato ed all’antico Arco dei Banchi.
Oltre piazza Colonna una lapide sulla sinistra segna un altro arco antico e ricorda che fu demolito nel 1667 per allargare la via per le corse dei cavalli, che già per tale ragione era chiamata il Corso.
Poco più oltre è la piccola via in Lucina: ricorda l’antica casa della matrona Lucina, su cui fu eretta una chiesa nel III secolo, dedicata a San Lorenzo. Il palazzo del cardinale titolare fu poi ampliato ed è oggi chiamato Fiano-Almagià: dalle sue cantine e dai secolari fiumi di fango che correvano nel sottosuolo, furono sfilati 80 anni fa i blocchi maggiori dell’Ara Pacis Augustea. Fu necessario congelare le acque che correvano sotto il palazzo per offrire pilastri provvisori, capaci di sostenerne il peso: dal ghiaccio furono poi accortamente segati i pezzi di marmo dell'Ara Pacis.
Quel che si può vedere, oggi, del grande complesso monumentale ideato da Augusto con i suoi architetti sulla sinistra della via Lata, uscendo da Roma, è abbastanza riconoscibile nelle sue linee essenziali.
Anzitutto, da una lapide voluta da papa Benedetto XIV Lambertini (1740-1760) su un palazzetto di metà ‘700 eretto sull’attuale piazza del Parlamento, si può vedere che durante i lavori di sterro per l’edificazione di quel fabbricato, fu scoperto l’obelisco del faraone Psammetico, fatto portare dall’Egitto da Augusto e messo a mezzogiorno di una grande piazza col pavimento a mosaico perchè segnasse con la sua ombra i giorni e le costellazioni, con le date fauste dell’imperatore.
Ad oriente della piazza Augustea, ora coperta dai palazzi e dalla stessa chiesa di S. Lorenzo in Lucina, ai limiti della via Lata, si ergeva il recinto marmoreo della grandiosa Ara Pacis, mentre a nord e ad occidente presso la riva del Tevere restano i ruderi del Mausoleo di Augusto, voluto in forma di tumulo etrusco, ma anche ispirato alla monumentalità di una delle sette meraviglie del mondo, la tomba del re Mausolo di Caria (perciò chiamata Mausoleum).
Questo mausoleo, che fornì un secolo dopo il modello al più grande mausoleo di Adriano (oggi Castel Sant'Angelo), fu usato nel medioevo come fortezza (l’Aùsta). Poi, tolti gli spalti e molti muraglioni di difesa, la rotonda interna fu usata per spettacoli, corride e grandi feste, come un’arena. Dagli impresari portoghesi che curarono i primi spettacoli, Correa, fu detta “er Corea”. Nell’ottocento il grande ambiente divenne l’Auditorium di Roma e fu chiamato, fino al 1936, Augusteo.
Poi, per una retorica glorificazione del primo “fondatore dell’impero”, si volle demolire l’Auditorium e creare intorno un enorme “spazio di rispetto” con porticati “imperiali” simili a quelli dell’Eur. Di fatto ne è risultato un abbandono, con rifugi di gatti e di barboni. E pensare che al suo ingresso antico, ancor oggi visibile da sud con un androne oscuro, facevano la guardia due obelischi egizi: uno è ora in Piazza dell’Esquilino e l’altro in Piazza del Quirinale.
*L'itinerario descritto ha come punto di partenza il foro di Traiano (appuntamento sotto la Colonna Traiana, presso la Chiesa di Santa Maria di Loreto) e come punto di arrivo il Mausoleo di Augusto. La passeggiata ha una durata di due ore circa. Ingresso gratuito in tutti i monumenti.