I luoghi.
Gli spalti e i fossati di Castel Sant’Angelo - Il primo nucleo del quartiere Prati, da piazza Cavour a piazza dei Quiriti - I “villini” di fine ‘800 e primo ’900 tra via Crescenzio e piazza della Libertà - Il mercato coperto a piazza dell’Unità - La barriera delle caserme di viale Giulio Cesare e i monumentini agli eroi di guerre coloniali - Lo smantellamento di Piazza d’Armi e il nuovo quartiere delle Vittorie, da viale delle Milizie alle basi di Monte Mario - Piazza Mazzini e la sede dell’ex EIAR tra via Asiago e via Montello - Viale Mazzini e ponte Risorgimento, aperto in direzione di valle Giulia.
La storia.
Le truppe italiane del generale Raffaele Cadorna, che presero Roma il 20 settembre 1870, si fermarono davanti a ponte Sant’Angelo in segno di rispetto per la cittadella papale che era al di là del Tevere ed era segnata, poco più oltre, dalle Mura Leonine, erette da Leone IV a metà del IX secolo per difendere il Vaticano dalle minacce dei Saraceni.
Al di là di Castel Sant'Angelo, a nord delle mura papali erette da Pio V (1566-1572) tra porta Castello e porta Angelica, si estendevano prati e vigne con rarissimi casali fino alle pendici di Monte Mario, là dove nei secoli precedenti s’erano accampati numerosi invasori di Roma venuti dal nord, dai Vandali ai Goti e ai Longobardi. Più tardi vi ebbero campo le truppe di Carlo Magno, incoronato imperatore a Natale dell’anno 800 in San Pietro, e degli imperatori Ottoni un secolo dopo. Ed ancora, nel 1527, i Lanzichenecchi che misero a sacco Roma. Ultime le truppe francesi nel 1798 e meno d’un decennio dopo quelle dell’imperatore Napoleone, ai primi dell’ottocento.
Il rione Borgo, il XIV dei rioni romani, istituito da Sisto V nel 1586, oltre ponte Sant’Angelo, fu poi occupato ed unito a Roma con il Plebiscito del 1871. Già nel 1830 l’amministrazione papale della città aveva progettato un nuovo quartiere sui prati a nord del Vaticano, ma poi non se ne fece nulla.
Il primo progetto di piano regolatore, approvato il 28 novembre 1871, prevedeva uno sviluppo della città sulle colline dell’Esquilino, entro le vecchie mura Aureliane, accantonando l’idea di un’espansione sulla riva destra del Tevere, oltre Borgo. Ma nel 1872 si formò un gruppo imprenditoriale composto da banchieri ed industriali, capeggiato dal conte Edoardo Cahen, che già dopo il 1870 aveva acquistato vigne ed orti nei Prati di Castello a nord delle vecchie mura vaticane. Tale gruppo presentò al Consiglio comunale di Roma, il 28 giugno 1872, un progetto dell’arch. Antonio Cipolla che prevedeva un quartiere già definito fra tre punti focali, le odierne piazze Risorgimento, Cavour e Cola di Rienzo (oggi slargo di via Cola di Rienzo), con la costruzione di tre nuovi ponti, dalla riva sinistra alla destra del Tevere, che poi furono i ponti Regina Margherita, Cavour e Umberto I.
Avvenne così che il II piano regolatore di “Roma moderna”, approvato nel 1873 e redatto dall’ing. Alessandro Viviani, direttore dell’Ufficio d’Arte Comunale, inserì il quartiere Prati nel nuovo progetto della città in espansione, presentato al sindaco Luigi Pianciani ed approvato. Il quartiere Prati doveva “realizzarsi in concorso con gli interessati”, ossia con il gruppo imprenditoriale guidato dal conte Cahen.
Il primo nucleo del quartiere Prati fu costruito nell’area a nord-est dell’odierna piazza Cavour, tra le vie Vittoria Colonna, Ulpiano e Luigi Calamatta, tra il mastodontico Palazzo di Giustizia, il "Palazzaccio” che veniva faticosamente eretto sulla sponda del Tevere, ed un nuovo ponte in ferro costruito davanti al Porto di Ripetta, poi sostituito da ponte Cavour. Un isolato triangolare, di nessun rilievo artistico, alzato su un terreno venduto da mons. Giuseppe De Merode, un prelato belga che fu vice ministro delle armi di Pio IX e patrono delle pratiche edilizie in Roma fra il 1860 e il 1870, al già citato conte Edoardo Cahen, “patron” del nuovo gruppo imprenditoriale che inventò il quartiere Prati.
Cahen e soci sistemarono la zona, tra il nuovo ponte allora detto “di Ripetta” e piazza Cavour, fornendola di strade, fognature, marciapiedi, illuminazione a gas e palazzi che cominciarono a costruirsi da quel nucleo originario. La via principale d’allora, oggi Vittoria Colonna, fu chiamata pomposamente “via Reale” e fu l’asse principale d’ingresso al quartiere, che si sviluppò tra la metà degli anni ‘70 dell’ottocento e il primo novecento.
I lavori del “Ponte di Ripetta” in ferro cominciarono nel 1877 e già il 14 marzo 1879 la nuova struttura fu solennemente inaugurata: era una travatura in ferro che sosteneva un piano viabile di soli 8 metri. Ma era ormai segnata la distruzione di quel bel capolavoro settecentesco che era stato il Porto di Ripetta, seppellito sotto i muraglioni che dovevano servire da nuovo argine al Tevere contro le inondazioni.
Il nuovo Prati fu un quartiere di palazzi squadrati, generalmente a cinque piani, uniformi e monotoni, allineati a schiera su lunghe vie rettilinee, che per lo più s’incrociavano ad angolo retto, come le strade di Torino nell’ottocento, che offrivano modelli senza fantasia. Successivamente il quartiere si estese lungo le direttrici di via Crescenzio e via Cola di Rienzo, fino a piazza Risorgimento e via Ottaviano, con il limite a nord segnato dalla linea delle caserme di viale Giulio Cesare: in un secondo progetto di piano regolatore, affidato anch’esso al Viviani, era incluso l’intero quartiere Prati: approvato dal Consiglio comunale di Roma il 20 giugno 1882, fu legge l’otto marzo 1883.
Un carattere preciso volle dare, la nuova Giunta Comunale di Roma, guidata in parte notevole da massoni ed anticlericali, al nuovo quartiere Prati: bisognava evitare in ogni modo la visuale o la prospettiva della cupola di San Pietro. Perciò la squadratura delle strade fu tesa fra la riva destra del Tevere e il territorio a nord del Vaticano, fino alle prime pendici di Monte Mario. Le lunghe vie che convergevano verso piazza Risorgimento, Crescenzio e Cola di Rienzo, evitavano ogni prospettiva della basilica vaticana. E le stesse loro perpendicolari, ad angolo retto, erano tese da sud a nord, ad evitare il cupolone.
Dopo la “febbre edilizia” che nel decennio fra la metà degli anni ‘70 e la metà degli ‘80 dell’ottocento procurò facili profitti agli speculatori, per la fame di case che c’era nella capitale in espansione, nel 1887 sopravvenne un “grande crisi” con la revoca dei crediti da parte delle banche ai costruttori. Già dalla fine degli anni ‘80 chiusero gran parte dei cantieri edilizi, rimasti inattivi per diversi anni.
Emile Zola, a Roma nel 1894, così descrive nel romanzo “Roma” la zona di Prati: “C’era, in mezzo a questa piana sconvolta, infetta, biancastra, un’intera città fitta di case massicce e colossali come cubi di pietra tutti uguali, con strade larghe tagliate ad angolo retto, immensa scacchiera a caselle simmetriche. (...) Stupiva, dando un’impressione straordinaria ed angosciosa, la catastrofe, a tutta prima inspiegabile, che aveva immobilizzato questa città in costruzione, come se, un giorno maledetto, un mago del disastro avesse con un colpo di bacchetta arrestato all’improvviso i lavori, vuotando gli irrequieti cantieri e lasciando le costruzioni così com’erano...".
Su piazza Cavour erano allineati solo cinque caseggiati, via Crescenzio era quasi priva di edifici e su via Cola di Rienzo erano una decina di alte case.
L’attività edilizia riprese solo verso la fine dell'800, con la costruzione dei “villini” - che sono un capitolo a sé - tra il Tevere e via Crescenzio, con un’edilizia più “leggera” per ricchi borghesi. Costruiti per alti funzionari dello stato, professionisti e commercianti, non ebbero grandi bellezze architettoniche. Ma in alcuni si esibirono artisti di grido del tempo, come Duilio Cambellotti, decoratore dei libri di D’Annunzio, o Galileo Chini, buon artista della ceramica: nacquero così i villini Vitale e Cagiati, tra piazza della Libertà, il Lungotevere e viale Giulio Cesare, esattamente in via Alessandro Farnese e all’angolo tra piazza della Libertà e via dei Gracchi, seguiti poi da altri, come quelli del senatore Cefaly, del conte Pietro Chiassi o del cav. Cesare Danesi, personaggi influenti della Roma “liberty”.
Intanto, ai primi del ‘900, l’arch. Gaetano Koch realizzava nuovi edifici dirimpetto al palazzo di Giustizia. Con la ripresa dell'edilizia a fine anni ‘90, protratta fino alla vigilia della Grande Guerra del 1915-18, era stata edificata gran parte del rione. E nel 1928, a quartiere compiuto, il Comune costruiva il nuovo mercato coperto di piazza dell’Unità al posto di un giardinetto che faceva il paio con quello vicino di piazza dei Quiriti, su via Cola di Rienzo, all’angolo con via Silla.
Lo stesso anno gli editori Fratelli Palombi ornavano con ceramiche a motivi floreali del Palazzi la loro officina tipografica in via dei Gracchi 183-185 e sorgeva, sempre nel 1928, la grossa fontana di travertino con donnone nude sedute che sorreggono una vasca ed una pigna, in piazza dei Quiriti, dello scultore Attilio Selva.
Accanto è la chiesa di San Gioacchino, in memoria di Gioacchino Pecci, papa Leone XIII (1878-1903), che compiva nel 1891 i 50 anni di sacerdozio: per erigere la chiesa, rimasta la più importante del quartiere, fu fatto appello a tutte le nazioni cristiane del mondo; 27 risposero con elargizioni e 14 eressero a loro spese cappelle nazionali entro la chiesa, come auspicio di pace tra i popoli. Costruita in sette anni dalla posa della prima pietra, mentre si completava l’edilizia di Prati, fu inaugurata il 20 agosto 1898. E’ una basilica di tipo classico, a tre navate con crociera e cupola, senza novità architettoniche: le cappelle, oltre ad appartenere a dieci stati d’Europa, sono pure di quattro nazioni d’America: Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile.
Non lontano è un’altra parrocchia, meno appariscente e di gusto neogotico, dedicata alla Madonna del Rosario, curata dai domenicani e inaugurata più tardi, nel 1916: è figlia dell’antica chiesa dei domenicani a Monte Mario, che a metà ottocento ospitò Franz Liszt col suo pianoforte, una sorta di eremo sulla montagna. Ed era l’unica parrocchia di campagna, nella vasta zona agricola da ponte Milvio fino a porta Angelica.
Completato il quartiere Prati poco dopo la Grande guerra 1915-18 con l’asse commerciale di via Cola di Rienzo da est ad ovest, il 9 dicembre 1921 la Giunta comunale deliberava la sua costituzione ufficiale come “Rione XXII” di Roma, fissandone i confini in: viale delle Milizie a nord della linea delle caserme, via Leone IV ad ovest, prima del popolare quartiere Trionfale che arrivava fin sotto Monte Mario, i Lungotevere ad est e Castel Sant’Angelo con i Borghi a sud, essendo ormai abbattute da più di vent’anni le mura di cinta vaticane tra le fosse di Castello e piazza Risorgimento, aperta a ridosso dei bastioni michelangioleschi.
Nel 1925 sarebbe stato inaugurato il Museo storico dei Carabinieri in un palazzetto moderno, ristrutturato negli anni ‘30, all’angolo tra piazza Risorgimento e la fine di via Cola di Rienzo. Mentre erano stati già eretti in via Lepanto, davanti ad una caserma, i monumentini a due eroi, medaglie d’oro nelle sfortunate battaglie coloniali italiane di fine ‘800: al tenente colonnello Giuseppe Galliano e al maggiore Pietro Toselli, caduti l’uno in difesa di Macallè e l’altro dell’Amba Alagi, entrambi in Etiopia, allora detta Abissinia. L’Amba Alagi avrebbe avuto, nel 1940, un altro eroico ed ultimo difensore italiano, Vittorio Amedeo, duca d’Aosta.
Veniva intanto ad essere realizzato, al posto di Piazza d’Armi che il governo di Roma capitale aveva stabilito a nord della sfilata di caserme oltre viale delle Milizie, il nuovo quartiere che, nel 1919, fu chiamato “della Vittoria” per il recente 4 novembre del 1918, ma che poi venne chiamato delle Vittorie: area piana tra il Tevere e la circonvallazione Clodia alla base di Monte Mario, con ampie zone destinate a “fabbricati” per un totale di 160 ettari ed un progetto di vie a stella che si dirameranno da piazza Mazzini, nuovo centro del quartiere: l’asse nord-sud, che percorriamo oggi, parte dallo sbocco di via Lepanto tra le caserme e prosegue per via Giuseppe Ferrari e via Oslavia, oltre la piazza centrale, sistemata a giardino con laghetto e fontana al centro. Anche il viale trasversale, dedicato a Mazzini, è ornato al centro da giardinetti: una fascia verde e ben curata che va da ponte Risorgimento (una prodezza di ingegneria in cemento armato ad una sola campata del francese ingegner Hennebique, inaugurato nel 1911 per l’Esposizione internazionale di Roma a 50 anni dall’unità d’Italia) al nuovo piazzale Clodio sotto Monte Mario.
Tale quartiere, già previsto dal III Piano regolatore di Roma, firmato dall’architetto Edmondo Danjust di Teulada nel 1909 per la Giunta comunale guidata da Ernesto Nathan, in un primo tempo fu sede d’una sezione della Mostra del Cinquantenario 1861-1911, dedicata alle esposizioni regionali ed alla mostra etnografica, mentre oltre il ponte, nella zona di valle Giulia, era l’esposizione delle Belle Arti, divenuta poi, nel nucleo centrale, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
Già dal 1909 la zona dell’Esposizione 1911, con laghetti, giardini e padiglioni provvisori, i maggiori dei quali eretti dall’architetto Marcello Piacentini, era prevista dal Piano comunale come zona da costruire con “case da pigione”. Fu dotata di fogne, acqua, luce e gas ed anche d’un tessuto di strade. Ma non fu cominciata a costruire, con case d’abitazione, se non dal 1919, appena finita la guerra, su progetto dell’ingegnere tedesco Julius Stubben, che recò poche modifiche al Piano del 1909.
Le strade erano larghe ed alcune alberate, più che palazzi nacquero “palazzine” secondo la nuova moda edilizia, come evoluzione dei “villini” della borghesia del primo ‘900, alcune delle quali un pò più aggraziate dei casermoni squadrati di Prati. Per questo il “quartiere Mazzini”, che si può dire compiuto alla fine degli anni ‘30, è stato considerato, specie nel secondo dopoguerra, “uno dei migliori di Roma” da Italo Insolera, uno dei più seri e più critici osservatori della storia urbanistica di Roma dal 1870 al 1970.
Cenni bibliografici.
Immagine di Roma, di Ludovico Quaroni, ed. Laterza, Bari 1969.
I suoli di Roma, di Piero e Roberto Della Seta, Editori Riuniti, Roma 1988.
L’architettura di Roma capitale, 1870-1970, di Gianni Accasto, Vanna Fraticelli e Renato Nicolini, ed. Golem, Roma 1971.
Guide rionali di Roma: XXII, Prati, di Alberto Tagliaferri, ed. Palombi, Roma 1994.
Il villino a Roma - Prati di Castello e Delle Vittorie, di Irene de Guttry, ed. Palombi ed Italia Nostra, Roma 2001.
La passeggiata "dai prati di Castello a piazza d'Armi" muove da Piazza Cavour e ha come punto di arrivo Piazza Mazzini; la durata prevista è di circa due ore. Ingresso gratuito in tutti i monumenti.