
Il percorso
La porta e le mura Gianicolensi - Tre ville del Rinascimento - La passeggiata garibaldina - Il fontanone dell’Acqua Paola - Il tratto urbano della via Aurelia - San Pietro in Montorio e il tempietto del Bramante - L’antica sede dell’Arcadia - Santa Maria dei Sette Dolori - Via Garibaldi e porta Settimiana - La casa della Fornarina - San Giovanni della Malva - Santa Maria in Trastevere - Sante Rufina e Seconda - San Crisogono - Il monumento al Belli - La caserma dei vigili di 2000 anni fa - La Lungaretta, la Gensola e il sito originario di Ponte Sublicio.
La leggenda e la storia
Il Gianicolo è un antichissimo colle di guardia di Roma, dedicato all’ambigua divinità di Giano, l’idolo dalle due facce, una che guarda al passato ed una al futuro; è anche la divinità dei passaggi importanti nella vita. Il femminile, Ianua, vuol dire porta. Dunque, la Gianicolense è la porta per antonomasia, anche se, in senso storico, è la più moderna di Roma. La costruzione imponente che ora si vede fu fatta erigere da Pio IX nel 1854 (architetto Virginio Vespignani) perché la precedente, anch’essa non troppo antica ed edificata da Urbano VIII nel 1644 per timore dei Turchi, era stata gravemente danneggiata dalle cannonate dei Francesi del generale Oudinot, nell’estate del 1849, per cacciare i Garibaldini ed estirpare la Repubblica romana.
Papa Pio IX, dopo il suo ritorno a Roma, pensò ad una porta più grande di quella seicentesca - che era più bella, intonandosi al Fontanone dell’Acqua Paola - per aggiungere al vecchio posto di guardia uno spazioso ufficio per la riscossione del dazio sulle merci, ricordato nella lapide in latino. Colpita anche da qualche cannonata nel settembre 1870, quando sul lato opposto delle mura fu aperta la breccia di porta Pia, nel 1948, a cento anni esatti dall’”anno dei portenti” della prima guerra d’indipendenza d’Italia, fu allestita nei locali della porta, abusivamente occupati nella guerra 1940-45, un Museo della difesa di Roma del 1849. Museo che, deciso da una delibera del Consiglio comunale dell’ottobre 1948, primo anno della Repubblica italiana, fu aperto al pubblico solo il 2 giugno 1976: vi sono cimeli garibaldini donati dai nipoti del generale, camicie rosse, bandiere, divise, arazzi, ritratti, busti e foto, con ritagli di giornali dell’epoca, nonché un archivio e una biblioteca.
Le mura Gianicolensi, che ai lati dell’antica porta Aurelia avevano i bastioni più alti, furono volute da Urbano VIII Barberini per difendere Roma dalla minaccia turca, che si era riacutizzata nel Mediterraneo, cingendo l’intero crinale del Gianicolo, da porta Cavalleggeri (che le connetteva alla cintura delle mura Leonine) fino a porta Portese, sulla riva del Tevere.
Fu questa cinta, mai aggredita fino al 1849, che servi di difesa ai Garibaldini quando le truppe francesi del gen. Oudinot, mandate da Napoleone III in soccorso del Papa, fuggito da Roma a Gaeta, sbarcarono a Civitavecchia ed assaltarono da nord-ovest la città, venendo per la vecchia via Aurelia. Ma incontrarono un’eroica resistenza, frapposta da volontari giunti da tutta Italia, prima nella zona esterna di villa Pamphili attorno al Casino dei quattro venti, in vallata, e poi in altura nella villa cardinalizia del Vascello, perché costruita un tempo a forma di nave. I ruderi del Vascello, conservati a memoria del fatto d’arme, sono ancora visibili dalla porta, con emblemi della Massoneria risorgimentale, di cui Garibaldi fu Gran Maestro (altri emblemi massoni sono sul suo monumento).
Prima di addentrarci in una breve visita del Gianicolo alla sommità, trasformato in giardino comunale, è bene ricordare i fasti antichi del colle, rievocati nel Rinascimento in una villa sul posto. Si racconta che sul colle di Giano, tenuto dai Romani come avamposto a difesa della città sul Tevere fin dal tempo degli Etruschi e delle incursioni dei Galli, si dessero convegno, nella mitica età dell’oro, Giano e Saturno, l’antica e feroce divinità delle terre italiche. Sul Gianicolo volle essere sepolto il secondo re di Roma, il pacifico Numa Pompilio, portando nella tomba i Libri Sibillini, con il destino del popolo romano. Ai primi del 1500 un amico di Raffaello, Baldassarre Turini, “Datario” della corte di Leone X, volle farsi una villa sul crinale, sopra ruderi di una più antica villa romana del I secolo, e scavò sull’altura, trovando addirittura, come si narrò allora, la tomba del re Numa e perfino i Libri Sibillini, che il prelato misteriosamente conservò (ma non furono mai riscoperti). Fatto è che, costruitasi la villa rinascimentale forse su consiglio di Bramante o dello stesso Raffaello - ora è chiamata villa Lante, per successivi e nobili acquirenti - il Turini volle dipinti, nel salone, gli stessi fatti leggendari che abbiamo detto e la scoperta della tomba di Numa Pompilio.
Ma le pitture, opera di artisti della cerchia dell’Urbinate, come Perin del Vaga, Giulio Romano e Polidoro da Caravaggio, tutti suoi allievi, furono vendute ad antiquari a fine ‘800 ed è una fortuna se non sono finite troppo lontano: nell’ultimo decennio di quel secolo le “storie” leggendarie furono rimontate nella sala da pranzo al secondo piano di Palazzo Zuccari, quello “dei mostri” in via Gregoriana, a pochi passi da Trinità de’ Monti, quando al pianterreno dell’edificio abitavano un giovane poeta, Gabriele D’Annunzio, ed un pittore abruzzese che avrebbe avuto fortuna, Francesco Paolo Michetti.
Un’altra pittura, finita in palazzo Zuccari, ricorda il Gianicolo come campo trincerato un pò prima di Garibaldi: raffigura la fuga dell’eroica giovinetta Clelia dall’accampamento di Porsenna, re etrusco di Chiusi, che era proprio qui, il suo attraversamento a nuoto del Tevere e il suo ritorno a Roma con le compagne d’evasione, tutte indenni. Fu per questa fuga d’una ragazza, ritenuta troppo fragile, e per il gesto di Muzio Scevola che dinanzi a lui bruciò la mano destra, incapace di pugnalarlo, che Porsenna decise di togliere l’assedio da Roma. Erano 27 secoli fa, VI secolo a.C.
Per tornare a Garibaldi, fu proprio in una villa rinascimentale, la seconda della sommità del Gianicolo, che egli pose il suo quartier generale, il più esposto alle cannonate, all’interno delle mura e poco oltre porta san Pancrazio (che prende il nome dalla vicina basilica, fuori le mura): questa palazzina di delizie, un tempo chiamata villa Aurelia, è oggi sede dell’Accademia Americana, con un bel giardino, raramente visitabile. L’aveva fatta costruire ai primi del ‘500 Alessandro Farnese, fatto cardinale a 24 anni per le belle grazie della sorella, la scultorea Giulia, prima di divenire papa, quasi settantenne, nel 1534, col nome famoso di Paolo III. E’ una villa a due piani, poi restaurata dal pronipote cardinal Girolamo Farnese, figlio di Camilla, fondatrice del monastero di Santa Maria dei Sette Dolori, poco più in basso. La villa del cardinale Farnese, ripristinata nel 1856 dopo le offese belliche, fu acquistata nel 1881 dalla signora Clara Jessup, di Philadelphia, moglie di un maggiore inglese come lei innamorato di Roma, e per testamento fu lasciata nel 1909 all’Accademia Americana di Roma, come residenza di artisti e musicisti che vengono a perfezionarvi gli studi, sull’esempio dell’Accademia di Francia e della non lontana Accademia di Spagna.
Accanto all’ingresso di porta Aurelia si apre la passeggiata del Gianicolo, che noi faremo per breve tratto, fino al monumento a Garibaldi, posto sull’altura dove Pio IX aveva previsto un bel monumento a san Pietro per celebrare il Concilio Vaticano I (1869-1870), interrotto però dallo scoppio della guerra franco-prussiana, che fu funesta per Napoleone III. Dal ritiro delle truppe francesi, nacque il compimento dell’unità d’Italia, con Roma capitale. Nel primo tratto della passeggiata, sulla sinistra, vedremo la facciata d’una terza villa rinascimentale, dopo quelle dell’amico di Raffaello e del cardinal Farnese. Ma questa, che in realtà è solo una facciata, posta a coprire l’anonima cisterna dell’acqua Paola, fu qui trasferita nel 1941 dal Campidoglio, dove era più nota come Casa di Michelangelo, su un lato di via delle Tre Pile, allora ampliata. E’ un bel disegno rinascimentale, ma che fosse casa del Buonarroti è solo leggenda.
Percorrendo il viale di platani fino al monumento di Garibaldi a cavallo, eretto nel 1895 da Emilio Gallori, si può vivere un tratto della Roma “umbertina” - ossia durante il regno di Umberto I, dal 1878 al 1900 - quando i salotti primaverili ed estivi, a cielo aperto, della “buona società” romana, erano divenuti quello pensile del Pincio, sull’altura opposta della città, e questo più recente del Gianicolo: questo viale, che ebbe nome Regina Margherita all’inizio, in omaggio alla sposa del re, conserva ancora quindici degli originari busti-ritratto di eroi e comandanti garibaldini, venuti qui da tutta Italia in difesa di Roma.
Era questa la parte alta dei grandi Giardini Corsini, risalenti al '700 ma facenti parte della ben più antica villa dei Riario che s’affacciava in basso sulla Lungara, in Trastevere. Dopo il monumento a Garibaldi la passeggiata prosegue per il monumento di Anita, opera di Mario Rutelli, che è anche la tomba dell’eroina, poiché conserva le sue ceneri, inaugurato nel 1930; ma un altro viale, tra i più antichi, piega a destra dopo il belvedere, per la Fontana dell’acqua Paola, il Fontanone, voluto da papa Paolo V Borghese, romano, per segnare trionfalmente il ritorno a Roma dell’Acqua Alsietina, già condotta in città dall’imperatore Traiano (il Lacus Alsietinus era l’antico lago di Martignano, non lontano da quello più vasto di Bracciano).
La bella “mostra d’acqua”, disegnata da Flaminio Ponzio e Giovanni Fontana ma costruita con marmi e colonne tolte dal Foro Transitorio, fu inaugurata nel 1612, ai tempi della facciata di san Pietro, ma fu completata nel 1690 quando Carlo Fontana, pronipote di Giovanni, fece realizzare la grande vasca antistante e portò più avanti, con forti sostegni, la piazza a belvedere su Roma. Fu lo stesso Paolo V ad industrializzare il rione di Trastevere, facendo utilizzare la copiosa acqua del rinnovato acquedotto per cartiere e concerie, in modo da dar lavoro agli accresciuti abitanti.
Poco più in basso, seguendo il percorso entro le mura dell’antichissima via Aurelia, tracciata dal console Gaio Aurelio tre secoli prima di Cristo, siamo alla chiesa quattrocentesca di San Pietro in Montorio, ricostruita alla fine del medioevo dai cristianissimi re di Spagna, come ricorda con uno stemma la facciata di travertino, simile nella struttura a Santa Maria del Popolo, là dove una più antica chiesetta ricordava un fatto prodigioso dei primi secoli cristiani: su quest’altura sarebbe stata eretta la croce del martirio di san Pietro, in vista della città e in specie di Trastevere, il rione già abitato da Ebrei in cui si diffuse il primo Vangelo di Cristo.
Al contatto col sangue del pescatore di Galilea, la terra dell’altura si trasformò in sabbia d’oro, giallastra e brillante, per cui fu chiamata Mons Aureus e poi, in volgare, Montorio, ossia monte dell’oro. Accanto alla chiesa dei re di Spagna, nel chiostro dell’attiguo convento, Donato Bramante nell’anno santo 1500 costruì un piccolo tempio, per ricordare la nascita d’un erede dei re, Isabella di Castiglia e Fernando d’Aragona, che avevano realizzato con le loro nozze l’unità della monarchia e del popolo di Spagna. Il tempietto del Bramante divenne il “manifesto” dell’arte nuova in Roma, poi detta “rinascimentale”.
Anche la vicina chiesa, oggi un pò oscura, fu scrigno di tesori del Rinascimento: primo fra tutti la “Trasfigurazione” di Raffaello, ultima sua opera, che era all’altare maggiore e che qui fu ammirata da Goethe; ma poi fu rubata, per ordini giunti da Parigi, da ufficiali del primo Napoleone, calato in Italia dieci anni dopo; il dipinto, esposto al Louvre per circa dieci anni e rivestito da una sorta di colla giallastra (forse per difenderlo dalle tarme), fu riportato a Roma da Antonio Canova, ambasciatore di Pio VII per il recupero dei capolavori rubati, alla caduta di quell’imperatore.
Almeno altri due ottimi lavori d’arte sono nella chiesa in Montorio: uno splendido affresco di Sebastiano del Piombo, emulo di Michelangelo, in una cappella a destra; e la cappella Raimondi, del Bernini, con illusionismo prospettico su bassorilievo e giochi di luce, ripetizione in età matura dello splendido artificio della cappella di santa Teresa in estasi della chiesa di Santa Maria della Vittoria.
Il resto della scarpinata, che attraversa il vivacissimo Trastevere, va ricordato per alcuni punti essenziali, tutti collocati lungo l’antichissimo tracciato della via Aurelia, che arrivava fino al vetusto ponte Sublicio, il più antico di tutti sul Tevere ed oggi scomparso.
Prima di scendere, abbiamo nelle pendici sottostanti, l’uno di fronte all’altro, l’antico convento femminile di Santa Maria dei Sette Dolori, opera incompiuta, anche nella facciata, del geniale Francesco Borromini, ed il primitivo Bosco Parrasio, dentro i giardini della vecchia villa dei Riario che fu sede romana di Cristina di Svezia a metà ‘600: questa regina, divenuta da luterana cattolica e lasciato il regno ad un cugino, ancora in giovane età venne a Roma e qui fondò l’Arcadia, un movimento letterario di rinnovamento rispetto ai fronzoli della poesia barocca, prendendo appunto un bosco antico che fu caro a Numa, sulle pendici del Gianicolo, come luogo simbolico e reale di poesia, e qui convitando artisti, nobili e cardinali, con nomi di fantasia, ispirati ai pastori dell’Arcadia greca di duemila anni prima.
Si scende ancora, su via Garibaldi, sempre un tempo via Aurelia, e si giunge alla svolta: di porta Settimiana sulla sinistra, ricostruita nel ‘400 sui ruderi di un’antica porta di Settimio Severo, e di san Giovanni della Malva sulla destra, che segue il percorso della vecchia via consolare romana; questa chiesa, con nuova facciata barocca, fu parrocchia dei Francescani conventuali nel popoloso rione. Poco oltre, si apre a sinistra la piazza Trilussa, con il moderno monumento bronzeo al poeta.
L’ultimo tratto dell’antica via Aurelia, dopo porta Settimiana, fu detto della Lungaretta dai tanti carrettieri che portavano mercanzia fino al vecchio porto di Ripa Grande.
Questo tratto lo ricordiamo per antichissime chiese cristiane, allineate sui lati della strada consolare: anzitutto la vetusta Taberna, detta Fons Olei per un fatto prodigioso del I secolo cristiano, che poi divenne la chiesa di Santa Maria in Trastevere, forse la più antica parrocchia di Roma, essendo già frequentato oratorio nel III secolo, in tempi di persecuzioni. Là presso fu ucciso nella sua casa un papa martire, san Callisto, gettato in un pozzo presso il quale fu poi eretta una chiesuola dedicata alla sua memoria.
La Basilica di Santa Maria, ricostruita ai tempi delle crociate da papa Pasquale II, nel XII secolo, fu uno scrigno di tesori, d’arte e di fede, divenendo talora ottava chiesa del Giubileo, quando la basilica di San Paolo era sommersa dalle acque, o quando bruciò nel 1823. Noti sono i mosaici su disegno di Pietro Cavallini, il Giotto romano del Giubileo 1300, così come la bella pittura di santa Maria, in ottagono, su rame, tra i cassettoni del soffitto barocco, opera di Domenico Zampieri, detto il Domenichino.
Ancora due basiliche cristiane sulla vecchia via: la quasi sconosciuta delle Sante Rufina e Seconda, e la più vasta San Crisogono, restaurata nel ‘600 dal cardinale Scipione Borghese, dagli scavi sotto la quale sono emersi i locali di un’antica lavanderia pubblica, detta in latino fullonica, forse anche tintoria per stoffe.
Sotto l’odierna piazza Gioacchino Belli e non lontano dal monumento al grande poeta di Roma, emersero qualche decennio fa tracce evidenti dell’antica via Aurelia, rinforzata in età imperiale presso il Tevere con forti arcate di pietra. Da quelle parti erano, sette secoli fa, le case romane degli Anguillara, la famiglia di Ciacco, il poeta che forse ebbe ospite Dante nell’anno 1300 (dove è l’odierna “Casa di Dante”). Poco oltre, gli scavi hanno salvato i resti dell’antica Caserma della VII Coorte dei Vigili, con memorie di duemila anni orsono.
La via prosegue ancora, presso i resti delle vecchie case romane dei Mattei, in via della Gensola, nobili che poi si trasferirono in Campitelli, sull’altra riva. Poi vi è la chiesa antichissima di San Benedetto in Piscinula, dal nome d’una antica vasca per pesci (piscina romana) presso il Tevere e, infine, prima dell’imbocco dell’attuale (e brutto) ponte Palatino, era un antico varco in mezzo ad un’altura di vecchio tufo, che dava accesso al più antico ponte sul Tevere: il Pons Sublicius, così detto perché costruito con tasselli di legno, detti “sublicae”, messi ad incastro ingegnosamente. Questi permettevano ai capi genieri dell’antica Roma repubblicana (magistri fabrorum) di smontare l’intero ponte in caso di pericolo, essendo costruito senza uso di chiodi nè di strutture di ferro, deperibili per la ruggine. Fu a questo ponte che il guerriero Orazio Coclite, come racconta Livio, sbarrò combattendo un’invasione degli Etruschi e, battuto il primo drappello nemico mentre il ponte veniva smontato, si gettò incolume nel Tevere e giunse indenne sull’altra riva, salvando l’intera città dei sette colli.
(durata della visita guidata: 3 ore e mezza circa. Ingresso gratuito in tutti i monumenti)