Le origini di Roma



I luoghi.


La valle del Foro romano - I sepolcreti arcaici, la sede del Senato, la sede del Comizio; la sede dei re e dei grandi sacerdoti - Dal mercato sul Tevere alla piazza centrale di Roma - La Sacra via, la Velia e il Palatium - il Germalus e le capanne del tempo di Romolo - Una collinetta di pascolo diviene il Palazzo dei Cesari.

La storia.

Racconta Tito Livio, nel suo primo libro di storia ”Ab Urbe còndita”, ossia "dalla fondazione di Roma", la leggenda di Romolo e Remo neonati: portati sulla riva del Tevere sotto il Palatino, salvati da una lupa e da un pastore, di nome Fàustolo, che li alleva con la moglie, Acca Laurenzia, sullo stesso colle. Essi poi, ventenni, erano tornati sul Palatino con una masnada di robusti amici, dalla cittadina dominante di Albano, nella quale erano nati da Rea Silvia, giovinetta di stirpe regale fatta monaca a forza. Avevano vendicato il nonno e legittimo re, Numitore, rimettendolo sul trono ed uccidendo l’usurpatore, il prozio Amulio.

Questi aveva costretto la madre dei due gemelli a divenire vestale, col voto coatto di verginità (peraltro non rispettato, per volontà degli dei, narra Livio, poiché il dio della guerra, Marte, la violentò; “o almeno così disse Silvia - scrive lo storico - per attribuire ad una persona divina la sua inattesa maternità”).

Come segno della salvezza dei due gemelli in Roma si indicava, ancora al tempo di Livio - e cioè duemila anni fa - una pianta di fico, detto Ficus Ruminalis, o Romuleus, che sorgeva alla base del Palatino e che con i suoi rami fermò la cesta in cui erano stati abbandonati i neonati. Secondo un’altra leggenda, il fico, in una notte magica, si sarebbe trapiantato in pieno Foro, ossia al centro del mercato e luogo d’incontro della città, sviluppatasi nella valle fra Campidoglio e Palatino.

Ma all’origine della città stessa, come narra ancora Livio, ci sono due villaggi di capanne molto antichi, che erano sulle alture delle due colline che sovrastano il Tevere, in un punto strategicamente assai importante. Il punto era l’area di guado del fiume, attraversabile da primavera alle piogge abbondanti d’autunno, là dove era l’isola Tiberina che divideva in due la forte corrente del Tevere.

A valle di tale isola, già in età remota (forse dal XIV secolo avanti Cristo), gli abitanti delle alture sulla riva sinistra aveva scavato un porto a forma di semicerchio, per fare ancorare le numerose imbarcazioni di mercanti - egizi e fenici, poi greci delle primissime civiltà - che risalivano agevolmente il primo corso del fiume. Fu questo Portus Tiberinus, come hanno accertato gli archeologi nella seconda metà del XX secolo, un fiorente mercato, fin dalle età più antiche della navigazione mediterranea.

In alto, sulla sommità del Campidoglio, era una comunità neolitica che conosceva il fuoco, usava il tornio per i vasi e le prime pietre ben levigate. i detriti di questo primo villaggio, consistenti in cocci di utensili ed altri oggetti, sono stati ritrovati nel suolo a valle; là dove, presso il Vicus Jugarius della successiva città, sorsero i templi gemelli di Mater Matuta e della Fortuna, onorati ancora in età etrusca. I templi arcaici erano davanti alla mezzaluna dello specchio d’acqua che formava il porto più antico. Sul porto si affacciava, un poco più a sud, il Foro Boario, dedicato al mercato del bestiame, mentra l’approdo nord era per le verdure e i cereali, alla base del Campidoglio, detto Foro Olitorio (dall’Olus, ingrediente vegetale fondamentale del minestrone antico).

Solo con i re etruschi, da Tarquinio Prisco al Superbo, la maggiore piazza mercantile dei romani si spostò nella valle tra Palatino e Campidoglio, un tempo malsano acquitrino, bonificato appunto con grandi lavori da Tarquinio Prisco, all’inizio del VI secolo avanti Cristo. A lui si deve la brillante opera idraulica della Cloaca Maxima, che è il più efficiente ed antico impianto di fognature conosciuto in Europa.

Sul Capitolium, il colle poi divenuto sacro in cui fu ritrovato un antichissimo teschio da cui prese il nome ("caput", ossia testa, ed "Olii" genitivo di Olus, il prenome dell'etrusco Aulo Vibenna) come auspicio per divenire “capo del mondo”, Tarquinio fondò il tempio massimo dedicato a Giove, detronizzando quello più antico di Monte Cavo.

Come ricorda Tito Livio, una comunità assai più antica di quella leggendaria di Romolo e compagni abitò sul Campidoglio, forse fin dal XV o XIV secolo avanti Cristo. Una Roma prima di Roma, poiché al villaggio di capanne che sorse sulla collina più a sud, il Palatino, avrebbe dato realtà e nome lo stesso Romolo, a metà dell’ottavo secolo avanti Cristo. Così narra lo storico del tempo di Augusto, Livio, aggiungendo che non era facile fare ricerche già al suo tempo, su quanto era avvenuto oltre sette secoli prima, e che non era facile discernere tra leggende e fatti realmente accaduti.

Al tempo di Romolo il Campidoglio, con il vicino Quirinale, più all'interno rispetto al Tevere, era abitato dai Sabini ed era anzi il loro avamposto, dinanzi all’espansione dei Latini, quali erano Romolo e compagni. I Latini, infatti, avevano la loro origine storica dai colli a sud della valle del Tevere, detti Albani, mentre a nord-est si estendeva, sulla riva sinistra del Tevere, il dominio dei Sabini, che provenivano da Reate (Rieti) e da Cures (oggi Passo Corese).

I Sabini contendevano ai Latini del Palatino il redditizio controllo del già secolare commercio sul Tevere, là dove era il punto di guado, dopo l’attraversamento del fiume della via Salaria, strada antichissima delle carovane di sale, dai Campi Salinarum (fondati dai Fenici e poi passati agli Etruschi, quindi ai Romani), alla foce del Tevere (Ostia, ovvero "bocca, sbocco"), fino all’interno dei territori dell’Italia centrale, seguendo in un primo tratto il corso del fiume con vie alzaie: su barconi tirati con funi da buoi o cavalli, che camminavano su rive battute del Tevere, risalendo la corrente.

Nel Foro, tra Campidoglio e Palatino, si svolse la guerra tra Latini e Sabini, che seguì il leggendario ratto delle Sabine. E nel Foro, dopo l’intervento delle giovani donne rapite dai Romani, si stabilì la pace. Romolo e Tito Tazio, i capi dei due popoli, si strinsero la mano e camminarono a braccetto lungo un percorso, poi dichiarato sacro, che scendeva dal Campidoglio e risaliva dal Foro lungo le propaggini del Palatino, su un’altura detta Velia: quel percorso, detto Sacra Via, fu sacro all’ospitalità, per ogni popolo. La Sacra via, che ancora vediamo in gran parte lastricata, con andamento da nord a sud, divenne poi il cammino dei Reges, ossia dei re dei due popoli che avevano fatto il patto di regnare a turno, un capo latino ed uno sabino (patto rispettato fino al quarto re, Anco Marzio), per passare dalla loro residenza, alla base del Palatino, fino ai templi più antichi, sul Campidoglio, da quello arcaico di Saturno ai tre dell’altura, di Veiove, Giove e Giunone Moneta (ossia ammonitrice).

Poi il cammino, semplificato in età imperiale, portò dalla vecchia sede dei re divenuta sede del Rex Sacrorum (re dei sacerdoti, o Pontifex Maximus), chiamata Régia (reggia) ancora nella prima età cristiana, fino al gigantesco tempio di Giove, il maggiore in cima al Campidoglio, dedicato alla triade capitolina Giove-Giunone-Minerva. In seguito alle molte vittorie dei Romani ed alle infinite depredazioni di popoli, dalla repubblica all’impero, quello che era un cammino religioso divenne un percorso militare, che attraversò il Foro tra folle in festa: la Sacra via, collegata alla via Triumphalis che attraversò la valle tra Palatino e Celio, dallo sbocco in Roma dell’antica via Appia, fu la strada dei generali, ai quali il Senato aveva decretato il trionfo. Essi ricevevano l’omaggio della folla, portando in catene a Roma i nemici vinti e le ricchezze depredate in tante terre, offerte simbolicamente agli déi nel tempio di Giove Ottimo Massimo.

Il nostro itinerario percorre idealmente il cammino antico, riscoperto con le vestigia dell’età tardo-imperiale durante gli scavi dei primi 30 anni del XX secolo. Ci soffermiamo sui siti più antichi, riferitici dagli storici dell’età classica. Poi affrontiamo la salita della Sacra via, come fu lastricata, tra gli ultimi, da Costantino e dai suoi successori (tra il IV e il V secolo dell’era volgare), recandoci sull’altura della Velia, sulla quale Adriano collocò, al posto dei primo Colosso di Nerone, il grande tempio di Venere e Roma, e accanto al quale Massenzio prima e Costantino poi eressero l’ultima basilica pagana, destinata alla giustizia dell’imperatore. Poi, giunti dinanzi all'arco di Tito, prendiamo la salita a destra, verso sud, che porta ai palazzi imperiali: è detta, questa salita su un percorso assai più antico, Clivus Palatinus poiché conduce al Palatium, l’altura più estesa del colle, in tempi remoti dedicata al pascolo delle pecore.

Su questi vasti prati l’imperatore Domiziano volle estendere i palazzi imperiali, cominciati da Tiberio con un ampio edificio che, dal Germalus (altura occidentale del colle, che dava sul fiume), arrivava ad affacciarsi fin sul Foro romano. I grandi palazzi imperiali, con uno stadio all’interno, un’università per i giovinetti ospiti della corte imperiale, sale per ricevimenti e molte stanze per uffici, residenze di servi ed una guarnigione militare, furono cominciati alla fine del primo secolo cristiano da Domiziano (81-96 dell’era volgare) che riutilizzò anche alcuni locali della favolosa Domus Aurea voluta da Nerone (54-68 d.C.).

Infine si giunge su un’area lasciata libera dai palazzi megalomani dei Cesari sul Palatino, che corrisponde all’incirca al Germalus antico, prospiciente, in basso, l’arcaico porto sul Tevere. Qui scorgiamo quel che rimane di alcuni elementi essenziali per la città e la sua origine, rispettati fino alla decadenza dell’impero, ossia fino al quinto secolo cristiano. L’area più antica, riscoperta meglio negli ultimi decenni dagli archeologi, ma studiata anche prima, è il terreno di tufo nel quale si notano le basi di capanne arcaiche, erette tra l’ottavo e il settimo secolo avanti Cristo, rispettate fin dai tempi remoti della Repubblica (509-29 avanti Cristo), col nome di Casa Romuli (Capanna di Romolo).

Vicino sono alcune tracce delle antichissime mura della Roma quadrata, ossia delle fortificazioni del primo villaggio, segnato secondo la leggenda dal solco di Romolo sul Palatino, così come le cospicue reliquie di due cisterne arcaiche (una con antico filtro d’acqua), risalenti al VI secolo avanti Cristo. Si notano pure le basi antiche, d’età repubblicana, d’un tempio di tufo dedicato alla Magna Mater o Cibele, sormontato da romantici e secolari lecci che hanno preso il posto delle colonne crollate. Ed infine, a lato delle vestigia arcaiche della casa di Romolo, si trova la residenza, non estesa ma moderatamente agiata, che Ottaviano Augusto, riconosciuto dal Senato come "princeps" del vasto impero dall’anno 29 avanti Cristo, aveva scelto come casa per sé e per la moglie, Livia.

Poco più oltre sempre sulla sommità del colle, era il tempio di Apollo, quello dal quale 27 ragazzi avevano intonato, nell’anno 17 avanti Cristo, il Carmen Saeculare, ossia l’inno al dio, simboleggiato dal sole, composto dal poeta Orazio per l’apertura delle feste e dei Ludi Saeculares: gare ginniche che si celebravano ogni cento anni, per ricordare la perennità di Roma.

Augusto aveva scelto con avvedutezza la sua dimora di famiglia, non appariscente ma situata sulla parte più nobile del colle, tra le venerate vestigia della casa di Romolo e il tempio di Apollo, nume tutelare dell’impero, a due passi dal vetusto tempio della Magna Mater, nel quale in tempi precedenti una missione inviata dal Senato in Asia minore aveva portato un masso meteoritico, caduto dal cielo in Pessinunte e ritenuto da oracoli il simulacro misterioso d’una divinità (un po' come la Pietra Nera della Mecca).

Questo modesto appartamento di Augusto (oggi solo in parte visitabile), ad un solo piano, sulla parte più venerata del colle che vide sorgere Roma, è l'inizio dei palazzi imperiali, che nell’arco di oltre 200 anni, da Tiberio e Nerone fino a Settimio Severo, i successori del saggio Ottaviano costruirono, occupando tutto il colle ed anche qualcosa di più: fino a trasformare quello che era un’altura per pascoli di pecore, in un dado di poderose costruzioni, elevantisi con le loro mura altissime, in verticale: sul Circo Massimo, sulla valle prospiciente il termine della via Appia, sulla Sacra via, sul Foro e sul Vicus Tuscus, antico mercato degli Etruschi nella valle prospiciente il Velabro e il vetusto Foro boario.

Un colle, il Palatium, era divenuto Palazzo: ossia edificio imponente, simbolo stesso di un forte potere. Le sue rovine, oggi, ce ne ricordano il rilievo sul paesaggio circostante. “Quanta fuit, ipsa ruina docet”. Così cantò Roma un poeta del medio evo: quanto fu grande, l’insegna la stessa rovina.


Per conoscere meglio le origini di Roma e i suoi luoghi:

Tito Livio, "Storia di Roma", soprattutto il Libro I, che ci resta in ottime traduzioni, con note, anche in edizioni tascabili.
Andrea Carandini: “La nascita di Roma”, 1997, Einaudi editore, volume unico, 766 pagine, con sottotitolo: “Dei, Lari, eroi e uomini all’alba di una civiltà”.
A cura del TCI, “Guida d’Italia”: ROMA, VIII edizione, 1993, 940 pagine e molte planimetrie.

*Il percorso sulle origini di Roma si sviluppa per circa due ore e mezza; punto di partenza: ingresso al Palatino in via di San Gregorio n. 30, accanto alle arcate dell'acquedotto Claudio. Biglietto per l'area archeologica: Euro 12,00. Gratuito minori 18 e magg. 65.


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