La città antica e il suo Anfiteatro



Il dislivello esistente tra la pianura in cui sorge il Colosseo e le alture circostanti appare oggi di proporzioni modeste. Il fastigio dell'Anfiteatro flavio supera di molto la sommità delle colline, le quali hanno profili morbidi e tondeggianti. L'erosione del terreno, gli incendi, l'abbandono ed il crollo degli edifici hanno trasformato radicalmente, attraverso i secoli, l'assetto morfologico della città, attenuandone le asperità e innalzando gradualmente il livello del suolo, soprattutto nei fondovalle dove è maggiore l'accumulo di detriti.

Gli scavi archeologici effettuati nella zona a partire dal XVIII secolo hanno rimesso in luce solo in parte il livello di epoca imperiale, liberandolo dalle stratigrafie successive. Lo sventramento della prospiciente collina della Velia, avvenuto intorno al 1930 per fare posto a Via dell'Impero, ha infine violentemente stravolto la fisionomia della valle, originariamente chiusa e raccolta tra il Celio a sud-est e un unico sistema montuoso comprendente sul lato opposto il Palatino, la Velia e le estreme propaggini dell'Esquilino, note anticamente come le Carinae e l'Oppius.

Le condizioni del territorio erano comunque già notevolmente mutate nel primo secolo dell'Impero, quando si pose mano alla costruzione dell'Anfiteatro. I lavori per i moderni collettori fognari e per la metropolitana, come alcuni più recenti sondaggi, hanno potuto individuare resti di murature e materiale ceramico fino a 10-15 metri al di sotto della attuale pavimentazione stradale.

Possiamo vagamente immaginarci l'aspetto della valle nei tempi precedenti alla fondazione della città, assai più stretta e profonda di come essa si presenta attualmente, dominata dagli scoscesi contrafforti in tufo delle alture circostanti, forse non molto dissimili da quelli che ancora caratterizzano parte del Campidoglio e dell'Aventino. Nel fondo si raccoglievano le acque che  scendevano abbondanti dalle colline, formando uno stagno paludoso; un unico sbocco, tra il Palatino ed il Celio, ne consentiva il parziale deflusso in direzione del Tevere.

Ed è proprio nell'interno della valle che può ricercarsi la formazione e lo sviluppo dei primi nuclei proto-urbani da cui ebbe origine la città di Roma. Una festa di ascendenze antichissime, il Septimontium, ci testimonia il legame politico e religioso delle primitive comunità di pastori, le quali erano insediate, soprattutto per esigenze di ordine difensivo, sulla sommità di queste alture. La lista delle comunità che prendevano parte alla festa ci rimanda alla sola area del Palatino, della Velia, del Celio e dell'Esquilino. In cima alla Velia la tradizione localizza la casa del re Tullo Ostilio e il tempio dei Penati, numi tutelari della casa e del focolare, culto che affondava le proprie radici nella preistoria.

In epoca storica, quando si sarà compiuta la definitiva unificazione dei vari villaggi e la fisionomia della città avrà assunto forme più evolute con edifici in muratura in luogo delle primitive capanne e la costruzione tutto intorno di una cinta fortificata, la posizione della valle resta ancora centrale nell'assetto topografico urbano, trovandosi esattamente al centro di tre delle quattro regioni amministrative create dall'ordinamento di Servio Tullio. Vi confluivano a sud il prolungamento della via Appia, a est il tratto urbano della via Labicana; a occidente, in direzione del Foro, aveva inizio il percorso della via Sacra. In questa zona va anche localizzato il mercato di generi commestibili, il “Velabro minore”, secondo per importanza a quello che si svolgeva vicino al Tevere (Velabro maggiore) e che le fonti dicono ai piedi delle Carinae.

Non sappiamo quando con esattezza, ma è molto probabile che anche il fondovalle venisse completamente urbanizzato, e ciò in seguito alla bonifica della palude; può connettersi a questo evento una fogna di età repubblicana, scoperta alla fine dell'Ottocento sotto la pavimentazione di via di San Gregorio.

Tuttavia lo sviluppo delle attività economiche e commerciali, conseguenti all’espansione del dominio politico e militare di Roma prima sul territorio della penisola e poi nell’intero bacino mediterraneo, e la preminenza dei trasporti marittimi e fluviali su quelli via terra, finiranno per determinare lo spostamento del centro gravitazionale della città in direzione del Tevere. Le vie Tuscolana, Labicana e Asinaria, che confluivano verso la valle assicurando anticamente i contatti con le città alleate dei colli laziali, perdono definitivamente la loro importanza, volgendo ormai altrove gli interessi di Roma. La valle va assumendo un ruolo marginale, e dunque una destinazione prevalentemente abitativa, situandosi la maggior parte delle realizzazioni pubbliche e monumentali della città nelle pianure del Foro e del Velabro maggiore.

Gli edifici di età arcaica e repubblicana citati dalle fonti, nel fondo della depressione come sulle alture limitrofe, sono pochissimi. Si parla di un sacello di Strenua, divinità che soprintendeva alle festività di capodanno, dal quale iniziava il percorso della Via Sacra che attraversava il vicino Foro. Inoltre, ai piedi della Velia, era un arco costruito in legno (Tigillum sororium “arco ligneo della sorella”) che secondo la tradizione il superstite degli Orazi fu costretto ad attraversare per espiare l’assassinio della sorella. Quest’ultimo monumento è stato ritenuto l’archetipo degli archi trionfali romani, richiamandoci il rito della purificazione delle armi che si compiva con il passaggio al loro interno dell’esercito vincitore.



Una fontana di epoca imperiale, la Meta Sudante (Meta Sudans), smantellata nel 1936 a causa dei lavori per la costruzione di Via dell’impero, e il cui basamento è stato riportato alla luce da uno scavo archeologico effettuato in questi ultimissimi anni, era posta in asse presso il margine sud-occidentale della valle con la strada che correva tra il Celio e il Palatino. L’ultima ricostruzione sembra essere di età costantiniana, ma la sua esistenza è testimoniata da Seneca già nella prima metà del I secolo d.C. Probabilmente le sue origini sono ancora più remote; il nome di Meta le derivava dall’alto saliente troncoconico situato al centro di un ampio bacino circolare, simile a quelli che sorgevano agli estremi delle spine dei circhi segnando il punto di partenza e di arrivo delle corse.

La fontana doveva essere la traduzione in forme monumentali di un antico cippo terminale, il quale segnava il confine fra le tre regiones della città repubblicana che si toccavano nella zona, e più tardi di cinque delle regiones create dal riordinamento amministrativo di Augusto. Ma essa era anche il punto di riferimento per i cortei trionfali, i quali risalivano la valle tra il Celio e il Palatino per poi piegare, in sua corrispondenza, lungo il percorso della Via Sacra.

Negli ultimi secoli della Repubblica si stabilirono nella zona, soprattutto sulla sommità delle colline, diverse residenze signorili. Sul colle Oppio e in prossimità di Via Labicana sono stati scoperti resti di alcune di queste dimore, con pareti affrescate e mosaici pavimentali di notevole fattura. Il quartiere dovette comunque conservare una fisionomia prevalentemente popolare, con un alto indice di sovraffollamento e uno sviluppo reso ancor più caotico dalla mancanza di un qualunque intervento urbanistico di rilievo.

La situazione non muta verso gli inizi dell’Era volgare, quando Giulio Cesare, e dopo di lui Augusto, progettano l’espansione del centro monumentale della città in direzione opposta, verso la grande pianura del Campo Marzio che per la propria notevole estensione, la scarsa densità abitativa e dunque il minor costo dei terreni, poteva offrire migliori opportunità a una programmazione di ampio respiro.

Sarà solamente con l’avvento di Nerone che si attuerà uno sconvolgimento di proporzioni gigantesche. L’imperatore, nei primi dieci anni del suo governo, tra il 54 e il 64, diede inizio alla costruzione di un vasto edificio, la Domus Transitoria, il quale, ponendosi a cavallo della valle che oggi ospita il Colosseo, doveva unificare i possedimenti imperiali del Palatino con quelli dell’Esquilino (gli Horti di Mecenate). Nello stesso tempo la madre di Nerone, Agrippina, dedicava al defunto marito Claudio un grande tempio, innalzato sulla punta occidentale del Celio.

Il programma venne bruscamente interrotto dal terribile incendio che divampò la notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 che, partendo dalla zona del Circo Massimo, si propagò nel volgere di pochi giorni alla maggior parte della città. Delle quattordici regiones in cui Roma era divisa solo quattro restarono indenni, tre furono rase al suolo, mentre nelle altre furono risparmiati solo pochi edifici. Particolarmente colpiti dovettero essere i dintorni del Celio e della Domus Transitoria. Nell’eseguire i lavori del collettore di Via San Gregorio sono stati scoperti, alla profondità di sette metri, avanzi di edifici anteriori a quella data con evidenti tracce d’incendio.

Nerone approfittò della generale rovina per edificare al posto della Domus Transitoria, i cui resti furono forse parzialmente restaurati, la più vasta dimora imperiale mai vista a Roma, la Domus Aurea. L’area occupata dalla reggia doveva comprendere il Palatino, dove essa si congiungeva ai precedenti palazzi imperiali costruiti da Augusto e dai suoi successori, la Velia, buona parte dell’Esquilino (tra il sito moderno di San Pietro in Vincoli e via delle Sette Sale), il settore nord-occidentale del Celio.

L’estensione complessiva era di circa ottanta ettari, addirittura un quarto della superficie della vecchia città repubblicana. Particolarmente significativo è a questo proposito un celebre epigramma di Marziale: “Roma è diventata una sola casa: emigrate a Veio, o Quiriti, se questa casa non occuperà anche Veio”.

Appare evidente, da una descrizione tramandataci da Svetonio, come la Domus Aurea non costituisse un’unica compatta struttura abitativa, bensì comprendesse una serie di edifici delle più diverse tipologie i quali si adattavano, nella loro distribuzione irregolare, alla conformazione montuosa del territorio, e dove gli spazi verdi (si parla addirittura di vigneti, pascoli e boschi pieni di selvaggina) erano prevalenti. Il vestibolo della casa, in cui si trovava una colossale statua di Nerone identificato con Helios (il Sole), alta più di 34 metri, era situato sulla Velia ed inglobava l’ultimo tratto della via Sacra e della parallela via Nova, con tre lunghi portici che giungevano quasi al Foro. Il fulcro di tutto il complesso risiedeva nella depressione naturale (poi occupata dal Colosseo) dove era stato realizzato un lago artificiale, intorno al quale si disponeva scenograficamente la maggior parte dei fabbricati.

Il tempio dell’imperatore Claudio, sul Celio, venne demolito, e il lato orientale del basamento fu trasformato in un grande ninfeo monumentale, le cui acque andavano ad alimentare il lago. Resti delle varie costruzioni della villa, il cui progetto è attribuito agli architetti Severo e Celere, sono stati identificati sul Palatino, sulla Velia e sull’Esquilino. Sulle pendici del Colle Oppio si conserva il nucleo più consistente (successivamente inglobato nelle fondazioni delle terme di Traiano) il quale ci rivela una planimetria particolarmente complessa, con soluzioni innovative, spesso ardite, nel campo delle coperture che sfruttano le potenzialità tecniche legate all’impiego del calcestruzzo.

Un portico correva lungo la facciata rivolta verso il lago, dominata al centro da una profonda esedra pentagonale. Le pareti sono ricoperte da preziosi affreschi; i soggetti delle composizioni, di evidente derivazione ellenistica, sono trattati a macchia, con colori vivaci e plastico senso d’aggetto, dando luogo ad un linguaggio illusionistico.

Ovunque, come ci racconta Svetonio, si faceva sfoggio di decorazione in oro, assecondando le tendenze esotiche, irrazionali e megalomani dell’imperatore. Pittura e architettura erano permeate di significati simbolici, che rimandavano alle liturgie solari e misteriche del mondo orientale. La volta circolare di una delle sale della reggia ruotava continuamente, giorno e notte, come la Terra, chiaro riferimento al culto di Helios  con cui lo stesso Nerone voleva identificarsi.

Il gigantismo della Domus Aurea riflette la concezione neroniana del potere, la quale s’ispirava all’assolutismo monarchico e teocratico dell’Oriente ellenistico, rinnegando perfino nelle apparenze l’equilibrio formale, anche se non più sostanziale, dei diversi organi del vecchio stato repubblicano sancito dalla costituzione augustea. La villa imitava i grandi palazzi dinastici delle metropoli orientali, come Alessandria e Antiochia, vere e proprie città nelle città, destinate a ospitare non soltanto il sovrano, ma tutto il suo immenso apparato amministrativo. La sede del Senato rimaneva nettamente separata da quella dell’Imperatore, in una condizione di totale subalternità resa evidente prima di tutto sul piano architettonico.

La conformazione della Domus neroniana non è comunque nuova in ambiente italico. La modellazione dell’ambiente naturale, l’inserimento di una serie di fabbriche porticate entro ampi spazi verdi animati da specchi d’acqua, il movimento scenografico delle facciate a esedra sono temi anch’essi di derivazione ellenistica, ma ormai peculiari di tutte le lussuose ville suburbane ed extraurbane, soprattutto litoranee, della tarda età repubblicana e degli inizi dell’Impero, cosi come ci è confermato dai ritrovamenti archeologici, ma anche da diverse pitture di Pompei e Stabia. In questo senso, la scelta del territorio cittadino su cui impiantare prima la Domus Transitoria, poi la Domus Aurea, non è stata certo casuale.

E’ vero che esso nasce dall’esigenza di collegare i possedimenti imperiali del Palatino con quelli dell’Esquilino; forse è anche vero che in ciò si cogliesse il pretesto per radere al suolo una delle aree più caotiche e popolose della capitale, ovviando in modo radicale alla mancanza, prima di allora, di un qualunque intervento urbanistico di una certa consistenza. Ma pure va considerato che era la movimentata conformazione fisica della zona, con una serie di colline disposte ad anfiteatro intorno ad un avvallamento chiuso in se stesso e potenzialmente paludoso, dunque facilmente trasformabile in un lago, a indicare la sede più adatta per un’architettura che voleva legarsi al paesaggio e isolarsi al contempo dal resto della città.

Dopo la fine di Nerone ed il breve interregno di Otone, prende il potere la dinastia dei Flavi. Il primo imperatore di questa dinastia, Vespasiano (69-79 d.C.), procede alla distruzione della Domus Aurea e alla restituzione del suo territorio alla città. Sul luogo precedentemente occupato dal lago artificiale viene realizzato uno degli edifici più graditi al popolo: un anfiteatro. Saranno risparmiati i palazzi imperiali che erano già stati costruiti prima di Nerone sul Palatino e, in un primo momento, un padiglione della Domus Aurea sul colle Oppio che Vespasiano, e dopo di lui Tito, utilizzeranno come residenza provvisoria. Contemporaneamente si pone mano alla ricostruzione del tempio di Claudio.

Altre infrastrutture saranno aggiunte nella zona dai due successori di Vespasiano. Tito innalza sulle pendici del colle Oppio un primo edificio termale, o forse si limita ad aprire al pubblico quello che era stato uno dei balnea privati della Domus Aurea. Domiziano, dopo avere ultimato una nuova dimora imperiale sul Palatino, distrugge il padiglione neroniano del colle Oppio inglobandolo nelle costruzioni di un nuovo edificio termale, il più grande di cui sia mai stata dotata la città fino a quel momento, che sarà inaugurato un paio di decenni più tardi da Traiano. In pianura vengono disposte intorno all’anfiteatro quattro palestre per i gladiatori, di una delle quali si possono oggi vedere i resti all’inizio di via Labicana.

La ristrutturazione urbanistica attuata dalla dinastia flavia segna un radicale mutamento di rotta su tutti i fronti. Sul dispotismo megalomane del monarca divinizzato prevale lo spirito razionale dell’imperatore soldato e sapiente amministratore che guarda, non senza una vena di populismo, ai bisogni concreti di una metropoli in continua espansione. La reggia mastodontica chiusa in sé stessa, che si impone sul resto della città in un rapporto di assoluta preminenza gerarchica, viene sostituita con una serie di infrastrutture al servizio della collettività.

Allo sfarzo orientalizzante dei padiglioni della Domus Aurea subentrano le creazioni più genuine dell’architettura romana, le terme e l’anfiteatro, strutture massive e serrate che non si adeguano alla morfologia del territorio, ma la trasformano decisamente. Dopo lo sperimentalismo innovatore di Severo e Celere, il Colosseo segnerà un ritorno alla tradizione tanto sul piano della tecnica costruttiva (le strutture portanti sono interamente in opera quadrata di travertino e tufo) quanto su quello formale; il prospetto classicheggiante a ordini giustapposti, con finestre ad arco inquadrate da semi-colonne, discende direttamente dal Tabularium (l’edificio destinato a contenere i documenti di archivio e le leggi su tavole bronzee, le tabulae), dalla Basilica Giulia, dal Teatro di Marcello.

Da ultimo, se l’enorme estensione della Domus Aurea tagliava le comunicazioni verso i quartieri orientali, emarginandoli dal centro cittadino, la nuova sistemazione urbanistica dei Flavi favorirà finalmente il graduale insediamento delle principali infrastrutture della capitale in questa direzione, in simmetria con quanto già era stato attuato nel Campo Marzio. Il Colosseo costituirà il fulcro di tutta l’operazione; l’immensa mole ellittica diviene il richiamo visivo preminente verso cui convergono i maggiori assi stradali e le nuove realizzazioni monumentali, restituendo alla vallata la sua primitiva centralità topografica.

L’indirizzo deciso da Vespasiano non sarà mai più contraddetto nei secoli successivi. Il disegno sarà completato con coerenza all’epoca di Costantino, quando la costruzione dell’ultima e più grande delle basiliche civili realizzerà la cesura tra l’area del vecchio Foro e quella del Colosseo, in una ininterrotta continuità di edifici pubblici, religiosi e rappresentativi. La collocazione della sede del Pontefice cristiano sul Laterano ed il trasferimento della corte imperiale nei possedimenti del Palazzo Sessoriano, presso Porta Maggiore, sposteranno nuovamente verso est il centro gravitazionale di Roma, trasformando la valle dell’anfiteatro in uno dei nodi nevralgici del traffico cittadino. L’arco di Costantino, posto al fondo dello stradone che correva tra il Celio e il Palatino, segnerà l’ingresso al centro civile proprio dalla parte del Colosseo.

La storia di Roma conoscerà nei millenni nuove radicali trasformazioni. Con la decadenza e lo spopolamento del Medioevo la zona verrà completamente abbandonata, concentrandosi i pochi abitanti del tempo lungo le rive del Tevere e nella pianura del Campo Marzio. Ma il Colosseo non perderà mai il suo carattere preminente nel panorama urbano, tanto da divenire, monumento pagano per eccellenza, il simbolo imperituro della capitale del cattolicesimo.


[Indietro]

Associazione Culturale Amici di Roma - Orario di apertura: da Lunedi a Sabato dalle 9 alle 13 e dalle 15,30 alle 19,30. Info e prenotazioni: 0661661527; 3383256383; 3669430785; E_mail: segreteria@amicidiroma.it - Copyright 2006 - 2012

Visite guidate didattiche a Roma e nella Città del Vaticano, riservate agli adulti, alle famiglie ed alle scuole di ogni ordine e grado, sia italiane che estere.