I luoghi.
La porta dai tre nomi - La chiesa e la piazza del Popolo - Il Pincio, il Tridente e i sobborghi - Le chiese sorelle, ma non gemelle - La casa romana di Goethe - La via di Ripetta, già Leonina - San Giacomo in Augusta, Canova, l’ospedale “degli Incurabili” e l’Augusteo - L’antico porto di Ripetta - Il crocevia della Trinità - La Scrofa, antica fontanella - Palazzo Madama e l’Argentina.
I tempi.
Regnava da papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico e “creato” cardinale più di vent’anni prima, a 14 anni, per intervento del potente padre presso Innocenzo VIII. Già da porporato, ossia prima del 1513, anno della sua elezione, aveva posto residenza in un palazzo che si era fatto costruire in pieno centro commerciale - e periferico - della Roma del suo tempo, ossia di fronte a “piazza Lombarda”, luogo mercantile non lontano dal Tevere ed a pochi passi da piazza Navona, limite estremo del popolarissimo Parione.
Da quel palazzotto, che allora aveva un ampio giardino, esteso verso nord (sui luoghi attuali di S. Luigi de’ Francesi e di due palazzi adiacenti), lui, papa Leone, quando era ancora il cardinale Giovanni de’ Medici, aveva vagheggiato una bella via diritta che puntasse a nord, verso l’antica Porta del Popolo, già allora e da più di 1200 anni il maggior ingresso settentrionale entro le mura.
Al terzo anno di pontificato (1516) chiamò Raffaello ed Antonio da Sangallo il Giovane come architetti, ad occuparsi della nuova arteria: doveva collegare in rettifilo il porto del vino e dell’olio, poi detto di Ripetta, che egli vedeva di scorcio da una loggia di palazzo Medici che dava sul vecchio giardino, fino al vasto sterrato antistante porta del Popolo, che si vedeva in lontananza, con le mura antiche. La nuova strada, chiamata via Leonina in onore di questo papa, fu finita molti anni dopo. Leone X, morto nel 1521, forse neppure la vide compiuta, al pari di Raffaello, morto un anno e mezzo prima di lui.
Defunto un papa, non solo se ne fa un altro. Ma, spesso, cambia pure il nome delle strade, a Roma. Fu così che il popolo chiamò quell’arteria diritta, dal porticciolo a porta del Popolo, semplicemente via di Ripetta. Ed è questa l’asse principale della nostra visita.
Va pure ricordato che Leone X pensò ad un obelisco, da porre al centro della nuova piazza, antistante la porta del Popolo. Ne scelse uno più piccolo dell’attuale, collocato al centro ben sessanta anni dopo, da Sisto V. Ma si deve a papa Leone ed a un suo cugino, fatto papa qualche anno dopo di lui, Clemente VII (già cardinal Giulio de’ Medici, figlio naturale di Giuliano, fratello di Lorenzo, ucciso nella congiura dei Pazzi), la bella idea monumentale del “Tridente del Popolo”.
Già a Roma un piccolo tridente c’era, nel ‘500: erano tre vie che uscivano dalla piazzetta antistante ponte Sant’Angelo, con al centro la quattrocentesca “via de’ Banchi”, gran mercato di cambiavalute e banchieri toscani, ultimo tratto della “via Mercatoria” dei pellegrini antichi.
Il nuovo tridente, ben più grande, nasceva con il restauro del primo tratto dell’antica via Lata di Augusto, già da mezzo secolo chiamata il Corso per le corse dei cavalli a Carnevale: questa, ben lastricata nel ‘500, formò il braccio centrale del Tridente, avendo a destra la strada Leonina (oggi via di Ripetta) ed a sinistra la via Clementina (che prendeva nome da Clemente VII), appena costruita dal secondo papa dei Medici, regnante dal 1522 al 1533. Correva fino allo “scapicollo” di Trinità dei Monti; là dove cominciavano i macelli, le vecchie osterie e le vigne suburbane di nobili e prelati papali. L’abitato di Roma arrivava a malapena fino a via dei Condotti (dalle condutture, allora visibili, dell’acqua Vergine) e a Sant’Andrea delle Fratte (le fratte, in romanesco, sono le siepi di campagna). Una via in salita era chiamata Capo le Case, ossia in cima ai caseggiati della città, rimasti più in basso.
La via Clementina cambiò presto nome, come la Leonina: un papa che la fece completare, a meta ‘500, la lasciò chiamare "Paolina trifaria", ossia “Paolina del tridente”; fu Paolo III Farnese. Ma anche quel nome, Paolina, non ebbe fortuna: già due secoli dopo il popolino aveva notato un satiro, coperto di muschio e di capelvenere, sdraiato sopra una fontana davanti ad un palazzo a metà strada e l’aveva chiamato "er Babbuino", prendendolo per una scimmia. Questa crebbe di fama popolare quando interloquì, nelle satire affisse sul muro attiguo, nientemeno che con Pasquino, la statua parlante. Dal ‘700 l’intera via prese il nome del Babbuino, fino a piazza di Spagna.
Porta del Popolo, dalla quale parte la nostra camminata, ha avuto tre nomi, in quasi 18 secoli di vita. Fu chiamata porta Flaminia quando fu costruita, tra il 272 e il 275, dall’imperatore Aureliano, ossia da colui che realizzò intorno a Roma la terza cinta di mura, dopo Romolo e Servio Tullio. La porta, una delle più frequentate nei secoli, cambiò nome nell’alto medioevo, per la vicinanza sulla via Flaminia della tomba d’un veneratissimo martire, vescovo di Terni, e si chiamò Porta San Valentino.
Poi, accanto alla porta, fu costruita nel 1099 una chiesa nuova, con i contributi di lavoro volontario e di offerte del popolo romano, dedicata a Santa Maria, per ricordare l’arrivo a Roma della notizia della liberazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme, in quell’estate della fine del secolo XI. La chiesa, sia per il contributo popolare alla sua costruzione, sia per la demolizione di un pioppo (in latino populus) ritenuto infestato da dèmoni, fatta dal papa di quel tempo per far posto alla nuova parrocchia, fu chiamata Santa Maria del Popolo. E da questa, ancor più nel ‘400, quando la chiesa fu ampliata da papa Sisto IV per dare maggiore spazio ai molti pellegrini dal nord, la piazza contigua al sagrato fu detta "del Popolo": e così pure la Porta, ricostruita più bella nel ‘500 con il consiglio di Michelangelo e con l’opera del suo discepolo, Jacopo Barozzi da Vignola.
La facciata, che oggi vediamo da piazzale Flaminio, ossia dall’esterno delle antiche mura Aureliane, non è però quella disegnata dal Vignola e solo in parte quella vagheggiata dal vecchio Michelangelo. Quella ricostruita nel ‘500, in forme monumentali, fu gravemente alterata alla fine dell’Ottocento. Furono infatti demolite, come ancora dice una lapide in latino qui messa nella Roma “umbertina”, entrambe le torri quadrate, che avanzavano oltre le arcate, inquadrando il traffico dell’inizio della via Flaminia, che fino a Ponte Milvio correva, già da oltre due millenni, sullo stesso percorso dell’altra via consolare, l’Aurelia. “Turribus utrimque deletis”, recita con un ablativo assoluto che sembra trionfale: “demolite le torri da entrambi i lati”. Torri di Aureliano, che Michelangelo e il Vignola avevano rispettato, che Wolfgang Goethe ammirò, giungendo a Roma nell’ottobre 1786, e che solo buzzurri architetti del comune potevano cancellare. Cominciava in Roma, proprio alla fine dell’Ottocento, il triste periodo degli sventramenti, perfino nel tessuto vivente del centro storico, del quale un altro regime, anch’esso orgoglioso del “piccone demolitore”, si vantò alcuni decenni dopo.
Appiattita dunque la porta esterna di Aureliano e del Vignola, ben visibile allora fin dalla campagna con i suoi rilevanti volumi; abbandonato alla speculazione edilizia il primo chilometro e mezzo della via Flaminia, con poco illuminate lottizzazioni delle terre campestri tra la Flaminia e il Tevere, da un lato, e la bella sequenza di ville cinquecentesche, dall’altro, lo scenario verde della Flaminia scomparve.
Ciò avvenne con i brutti palazzi che fecero demolire la cinquecentesca Villa Altemps, ridurre i boschi di villa Strohlfern, di villa Lubin (più recente) e del palazzetto Borromeo-Colonna (privato dell’antico giardino). Fu del tutto cancellato quell’ampio spazio verde che, un pò come a Parigi restano i “Campi Elisi”, già ai primissimi anni dell’Ottocento gli urbanisti di Napoleone avevano previsto, con un viale largo ad alberatura almeno quadrupla sui due lati della Flaminia antica, in prospettiva diritta fino a ponte Milvio.
Oggi, a parte due edifici di fine ‘900 ridisegnati dal buon architetto Luigi Moretti, al posto di burocratici palazzi umbertini, piazzale Flaminio resta uno degli spazi aperti meno belli di Roma. Uniche eccezioni che segnalano il salvataggio di parti antiche sono: 1) il profilo dei merli sormontati da busti simbolici di guerrieri, bene stilizzati dal Vignola, come posti a guardia sulla sommità degli spalti; 2) la visione esterna del tiburio, con la cupoletta a sinistra della porta, verso l’inizio di via del Muro Torto, della Cappella Chigi di S. Maria del Popolo. Questa fu disegnata da Raffaello, in veste d’architetto, per il maggior banchiere di papa Leone X, Agostino Chigi “il Magnifico”.
Infine, se ci si volge a sinistra, verso oriente, all’ingresso monumentale di Villa Borghese, si possono vedere restaurati per il Giubileo 2000 i Propilei, eretti in stile neoclassico come tempietti pagani, che segnarono giusto ai primi dell’Ottocento la nuova passeggiata d’ingresso nella villa di Camillo Borghese, principe romano. Il quale restaurò il suo prestigio (e il suo bilancio familiare) sposando Paolina Bonaparte, sorella alquanto vivace dell’imperatore Napoleone.
La nostra scarpinata continua in Piazza del Popolo ed oltre. Vorremmo solo indicare alcuni capisaldi, da capire per una buona conoscenza della città. Anzitutto Piazza del Popolo: dopo Piazza San Pietro è la più monumentale di Roma, ma se la prima è un capolavoro d’urbanistica barocca, dovuto al Bernini, la seconda è il frutto maturo del nuovo gusto neoclassico, diffusosi a Roma e in Europa nei primi decenni dell’Ottocento. A Giuseppe Valadier, architetto romano dal cognome francese, si deve il bellissimo impianto, restituito ai romani con l’esclusione dal traffico automobilistico dell'intero ovale della piazza.
Già Napoleone aveva deciso di fare del Pincio, in cima alla collina-belvedere, il primo parco pubblico per l’intera cittadinanza. Ed è per questo che si intitola a Napoleone I l’intero piazzale superiore, anche se pochi romani oggi lo notano. Ma Valadier, nel doppio emiciclo segnato dalle due curve di mura, sormontate da sfingi e delfini, seppe rispettare - ed unire in sapiente armonia - i capolavori architettonici preesistenti al suo tempo, ossia nei primi due decenni dell'Ottocento: anzitutto la bella facciata interna di Porta del Popolo, ridisegnata dal Bernini per il “felice e fausto ingresso” di Cristina di Svezia, la regina convertita al cattolicesimo nel 1656; poi la facciata rinascimentale e quattrocentesca di Santa Maria del Popolo, con la bella cupoletta barocca, realizzata a fine ‘600 da Carlo Fontana, architetto di robusta famiglia ticinese, per i nobili Cybo di Genova, discendenti d’un papa; ed infine le due “chiese sorelle” di Santa Maria in Montesanto e di Santa Maria dei Miracoli, poste a quanto pare secondo un’idea del Bernini e realizzate dal suo allievo Girolamo Rainaldi, con successivi campanili simmetrici (ma non uguali), per segnare con basse cupole vagamente alludenti a San Pietro l’ingresso nel cuore della città.
Ma il Valadier fece di più: fedele agli ideali neoclassici di simmetria, volle raddoppiare l’immagine della cupoletta barocca del Fontana facendone costruire una gemella dall’altro lato della porta, sopra la cappella del Corpo di guardia delle Mura Aureliane, che da questa porta e verso oriente furono cominciate a restaurare in età moderna, per volontà di papa Benedetto XIV Lambertini. Ed a partire dalla via esterna del Muro Torto, da tre secoli, si cominciano a numerare le 383 torri d’Aureliano che, al ritmo di circa 30 metri, fanno la guardia al giro di quasi 19 chilometri di mura che cingono l’intera città vecchia.
Oggi piazza del Popolo, sulla quale si affacciano 5 cupole (da quella più antica della basilica di S. Maria del Popolo, alle quattro sopra ricordate) e nella quale si attinge acqua da otto fontane (quattro coi leoni egizi, posti dal Valadier agli spigoli dell’obelisco, alzato da Sisto V nel 1589; più le due vasche neoclassiche ad oriente e ad occidente, l’una sotto l’emiciclo del Pincio e l’altra sul lato del Tevere; ed i sarcofagi romani, trasformati in vasche per l’acqua sui due lati della porta del Popolo) non si conclude con i due emicicli. Si nota ad oriente una collina, che è quella del Pincio, antico giardino appartenuto ai romani Pincii e confiscato da Nerone. L’altura fu poi trasformata da Giuseppe Valadier in immagine simbolica del Campidoglio, colle sacro di Roma: con le colonne rostrate, i barbari vinti ed in ceppi, più alcuni eleganti bassorilievi neoclassici. Infine ammiriamo un’altra mostra d’acqua, sotto tre arcate, posta nel dislivello monumentale fra le rampe del Pincio e il piazzale soprastante del belvedere. Delle quattro statue agli angoli della piazza, raffiguranti le stagioni, la Primavera è attribuita al Canova dalla voce popolare.
La via di Ripetta, oggi illustrata da buoni negozi, ospita almeno tre memorie maggiori: quella della casa di Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, il rivoluzionario romano del 1948-49, fucilato con un figlioletto ancora ragazzo dagli austriaci nella repressione che seguì; c’è poi lo studio-bottega di Antonio Canova, nella via che di lui porta il nome vicino all’ospedale di San Giacomo; e l’antica cappellina di Santa Maria in Porta Paradisi, di stampo rinascimentale, allineata dal Sangallo e Raffaello alla nuova via di Ripetta, che ricorda l’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili, fondato fin dai primi decenni del 1300 per ospitare pellegrini e ammalati romani “non curabili a casa”: da questa parte era l’antico accesso dei vecchi e paralitici che venivano qui portati dai parenti “in carriola”, perché incapaci di camminare.
Segue poi la pausa urbanistica dell’Augusteo, mausoleo d’Augusto e di alcuni suoi successori, che ebbe tre vite: prima di grande tomba imperiale, poi di fortezza medievale (come Castel S. Angelo) e successivamente, dalla fine del ‘500, di teatro monumentale e spazio anche per giochi da circo: fu un impresario portoghese, il Correa, a gestire gli spettacoli (per questo rimane il suo nome ad una via). Trasformato nell’800 in Auditorium, vi furono date opere fino al 1937, quando fu svuotato e, pretendendo di dare onore ad Augusto, ridotto a quello che è oggi, un ricettacolo per gatti randagi, immondizie ed immigrati rumeni.
L’ultimo tratto del percorso, dal crocevia di Ripetta fino al palazzo dei Medici, più noto come palazzo Madama, passa davanti alla “tastiera del clavicembalo” di palazzo Borghese, poi a quel che rimane della fontanella della Scrofa, a San Luigi dei Francesi e giunge infine ai luoghi del Teatro di Pompeo (paraggi di S. Andrea della Valle) e quindi all’area sacra di Largo Argentina con quattro templi risalenti all'epoca repubblicana.
*L'itinerario turistico ha una durata di circa due ore e mezza: il punto di incontro è presso la basilica di Santa Maria del Popolo, il punto di arrivo presso il Mausoleo di Augusto. Ingresso gratuito in tutti i monumenti.