
I luoghi.
Lo Hadrianeum o Tempio delle Provincie - Il Tempio di Matidia - Le terme di Agrippa e il primo Pantheon - Il Pantheon ricostruito da Adriano - Le terme di Nerone e quelle di Alessandro Severo - Il circo agonale, che diventerà piazza Navona - La via Recta, tra piazza Colonna e il ponte Neroniano sul Tevere, poi via Trionfale.
La storia.
L’edificio rotondo del Pantheon, posto al centro dello sviluppo di Roma in età imperiale, è rimasto, così come lo fece ricostruire Adriano fra il 118 e il 125 dell’era cristiana, ancora praticamente intatto nel suo scatolone architettonico: un enorme cilindro in muratura, sormontato da una cupola a calotta di sezione sferica, ben visibile soprattutto dall’interno e con una perfetta apertura circolare alla sommità. Chiamato “la Rotonda” dal popolo fin dal Medio evo, il Pantheon rimane ancora oggi un segno eccezionale della perennità di Roma.
Il primo Pantheon, dedicato dall’imperatore Augusto a “tutti gli déi” (come dice la parola greca, Pan-Theòn), era stato costruito dal grande generale Marco Agrippa, genero dello stesso Augusto (aveva sposato la figlia, Giulia) al tempo del suo terzo consolato, tra il 26 e il 25 avanti Cristo; ma in forma rettangolare - come tutti gli antichi templi - e con l’ingresso all’incontrario, ossia a sud e verso il Campidoglio. Un secolo e mezzo dopo, Adriano imperatore dal 117 al 138, fece ricostruire totalmente non solo il Pantheon, ma anche l’intera zona in cui il monumento era inserito.
Il Pantheon divenne un tempio cosmico a struttura rotonda, in piena e continua comunicazione non solo con il cielo, la pioggia o la neve mediante il grande “occhio” circolare aperto sulla sommità della cupola, ma anche con le acque del sottosuolo, tramite il tombino di una fognatura posto al centro del pavimento rotondo, collegata direttamente al Tevere con opportuni canali di flusso o riflusso delle acque, meteoriche o fluviali. Questa diretta comunicazione del Pantheon con le acque del Tevere è poco nota oggi, mentre era ben conosciuta fino a 170 anni fa.
Essendo il tempio collocato in uno dei punti più bassi di Roma, le prime avvisaglie di uno straripamento del Tevere venivano dal gorgoglìo delle acque in risalita per le gallerie fognarie, essendo il suolo del tempio a livello inferiore di molte cantine romane, data la composizione con fango alluvionale di gran parte del suolo del centro storico, cresciuto di livello per più di un millennio (specie tra il quinto e il sedicesimo secolo) a causa delle annuali inondazioni del Tevere.
Lo stesso livello di piazza del Pantheon è cresciuto fino a sommergere per alcuni metri l’antica piazza di età adrianea, che era costeggiata per tre lati da portici, mentre il tempio stesso si ergeva su un’alta base di diversi gradini, che gli conferiva un deciso slancio.
Oggi, invece, il Pantheon appare come semiaffondato nella piazza e nel rione che lo circonda anche se scavi e adattamenti dell’ultimo secolo lo hanno isolato da edifici vicini ed hanno permesso di scoprire che, davanti alla facciata e ai lati dell’antica scalinata (ora sommersa) aveva due monumentali fontane con vasche e getti d’acqua.
L’attuale portico colonnato, più volte restaurato da imperatori e papi, sembra che riproduca in forme giganti l’antica struttura della facciata del tempio rettangolare dell'epoca di Augusto. E la stessa scritta, per volontà dell’imperatore Adriano che ricostruì l’intero complesso, è rimasta quella che campeggiava già duemila anni fa sotto il timpano triangolare del frontone: “M. AGRIPPA L. F. COS. TERTIUM FECIT”. Ossia: “Marco Agrippa, figlio di Lucio, Console per la terza volta, fece (costruire)”. Un omaggio di Adriano al primo fondatore del tempio. Le due nicchie giganti che si vedono ai lati del monumentale ingresso, ora vuote, sembra che ospitassero in origine due statue, una dell’imperatore Augusto, regnante al tempo della prima inaugurazione, ed una del suo grande collaboratore e parente, che sei anni prima dell’erezione del Pantheon, nel 31 avanti Cristo, era stato l’ammiraglio della flotta augustea che aveva sbaragliato la flotta di Marcantonio e Cleopatra nella battaglia navale di Azio.
Adriano non solo rifece più grande il Pantheon ma fece costruire nelle vicinanze due grandi templi, ad oriente: uno dedicato alle Provincie del vasto impero, da lui tutte visitate, ed è quello del quale si vedono ancora, in piazza di Pietra, undici gigantesche colonne; ed un altro tempio più piccolo, dedicato alla suocera Matidia, quando morì in fama di grandi virtù e fu in seguito divinizzata (Adriano imperatore è certamente l'unico uomo al mondo ad aver divinizzato la suocera...). Pare che Matidia, madre di Sabina moglie di Adriano, non solo fosse donna di notevole intelligenza e popolarità, ma che lo abbia aiutato a salire al soglio imperiale, suggerendo l’adozione di lui al predecessore Traiano, dal quale era molto ascoltata.
Di questo tempio resta in piedi una sola colonna di marmo, mozzata a metà come da un colpo di fendente trasversale, menato da una spada di gigante: la si vede su un lato di Via della Spada d’Orlando, rimasta in piedi a testimonianza di una leggenda, sul percorso che conduce da piazza di Pietra a piazza Montecitorio, ai piedi dell’obelisco di Psammetico.
Si racconta infatti che ai tempi dei paladini di Carlo Magno, ossia esattamente mille e duecento anni orsono, Orlando si trovò a Roma, ma in preda alla follia; pazzo furioso, dopo aver bevuto una pozione magica, avrebbe avuta annebbiata anche la vista oltre alla mente: passando per questo vicolo, credette di vedersi sbarrata la strada da un gigante moro e sferrò perciò un terribile fendente con la sua invincibile Durlindana, la spada anch’essa magica cui nulla e nessuno resisteva, tagliando invece una colonna.
E’ curioso notare che il grande poeta eroico e cavalleresco Ludovico Ariosto, cantore dell’ “Orlando Furioso”, è ricordato in Roma a pochi isolati di distanza, sulla facciata d’un palazzetto di piazza del Pantheon, dalla lapide posta a memoria di una sua presenza in questa città, e proprio in quella piazza, poichè alloggiò nell’albergo del Sole, già del Montone, là situato 500 anni fa, ossia ai tempi dell’Ariosto.
Va pure ricordato che alla base del tempio di Piazza di Pietra, oggi monumentale facciata della Camera di Commercio, erano collocati grandi bassorilievi con figure femminili d’età classica, abbigliate in modi diversi, là dove è adesso una sorta di voragine, rimasta da scavi di circa due secoli fa: erano queste le raffigurazioni simboliche delle Provincie del grande impero romano, collocate da Adriano. I bassorilievi furono poi staccati circa due secoli fa appunto, per essere collocati nel cortile del palazzo dei Conservatori in Campidoglio, come simboli dell’arte e della civiltà del passato impero.
Va anche ricordato, in questa scarpinata nel vecchio centro di Roma imperiale, che in questa vasta zona, che faceva parte nella Repubblica dell’esteso Campo Marzio, accanto ad antichissimi luoghi destinati ad assemblee politiche, come la Villa Publica e i Saepta Julia, adibiti a elezioni e votazioni, sorse un’ampia zona sacra destinata al culto di lside, ossia l’Iseo Campense (Campense da Campo Marzio), che ora si riconosce sotto i palazzi tra piazza del Collegio Romano, piazza della Minerva e via di Santo Stefano del Cacco. Una zona che quando fu riedificata fra il ‘400 e il ‘600, fu ricca negli scavi di molto materiale egizio, come obelischi, statue di scimmie sacre, di leoni e perfino di gatti di marmo, tutti arredi degli antichi culti egizi trapiantati in Roma imperiale, specie tra il II e il III secolo d.C., condensati attorno al grande tempio di Iside.
Attiguo al tempio della maggiore divinità egizia era un tempio a Minerva Calcidica, con i trofei di un santuario venuti dalla Càlcide, regione della Grecia: da questo ha origine il nome antico della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, costruita da frati domenicani circa otto secoli fa, quando ai primi del ‘300 cominciava a ripopolarsi l’antichissimo centro di Roma imperiale. E se, da piazza della Minerva, ci volgiamo verso occidente, ossia in direzione della basilica di san Pietro, incontriamo nel sottosuolo i ruderi dei primi grandi complessi termali di Roma, eretti nell’ex Campo Marzio: i più antichi erano le Terme di Agrippa, che erano vicine al primo Pantheon ed estese a sud di questo. Presso queste terme sorse poi, in età adrianea, un tempio di Nettuno che si riconosce in resti alle spalle dell’attuale Pantheon, in via della Palombella (dal nome di una vecchia osteria).
Superata l’attuale sede del Senato al di là dell’odierno corso Rinascimento, si imbocca ad occidente una breve strada, chiamata Corsia Agonale. C’è un edificio ricostruito ai primi del ‘900 che lascia in luce, in un portico, una grande arcata di travertino: è uno degli archi superstiti del gigantesco Stadio di Domiziano, detto anche Circo Agonale, costruito da tale imperatore verso la fine del primo secolo cristiano. Piazza Navona ha ancora oggi il perimetro dell’antico stadio; ma ad un livello superiore di circa sei metri rispetto all’antica arena. Il vecchio stadio, dai ruderi imponenti, fu infatti colmato per oltre mille anni dalle alluvioni del Tevere e dai detriti della vita cittadina, che hanno rialzato man mano l’antico suolo delle gare.
Sulle gradinate di una porzione occidentale del vecchio stadio fu costruita dai tempi di Costantino una piccola chiesa dedicata a sant'Agnese, giovinetta romana forse tredicenne, messa a morte perché cristiana in quel luogo, dopo essere stata esposta denudata al ludibrio d’una folla volgare. Ma si racconta che i suoi capelli crebbero miracolosamente, coprendo l’intero corpo mentre una forza misteriosa allontanava chi voleva attentare alla sua virtù. Decapitata, o secondo un’altra versione uccisa col fuoco, Agnese fu annoverata tra le martiri maggiori nel Messale romano.
L’antica chiesetta aveva ingresso su via dell’Anima, alle spalle dell’attuale e molto più grande basilica di Sant’Agnese in Agone, ricostruita a metà del ‘600 e con ingresso monumentale sulla piazza, su disegno di Francesco Borromini. In Agone sta ad indicare il luogo del martirio, ossia il Circus Agonalis. Dal nome in Agone, attraverso la corruzione volgare del termine: inavone - navone - navona, si arriva alla denominazione moderna della piazza più bella di Roma.
Con il progetto della facciata seicentesca per il Giubileo del 1650, Borromini disegnò anche la nuova fontana che il papa, Innocenzo X Pamphili, volle sormontata da un obelisco, quasi a dare alla piazza l’immagine di una nave gigante, col pennone di granito. Bernini, che vide il disegno di Borromini ed era emarginato dalla corte papale, lo corresse e propose a sua volta, con un modellino scolpito in argento massiccio fatto recapitare alla corte papale, un progetto più movimentato: quattro fiumi giganti, appoggiati a rocce suggestive, dovevano reggere l’obelisco, poggiato su caverne di pietra. Il papa su consiglio della cognata Olimpia Maidalchini Pamphili (la "Pimpaccia" di Piazza Navona, come era chiamata dal popolo) scelse il progetto di Bernini e questi tornò in auge.
Una fortunata restituzione d’una parte del Circo agonale antico è venuta con alcuni scavi degli anni ‘30 del 1900, coincidenti con la ricostruzione di un palazzo del settore nord della piazza. Scavando sotto le cantine sono venute in luce alcune poderose arcate del Circo Agonale, verso la curva settentrionale, fino all’antico suolo di calpestìo della Roma classica. Queste grandi arcate sono visibili soprattutto dall’esterno di piazza Navona, su un lato della piazza di Tor Sanguigna, che è allineata sul tracciato di un’antica strada romana, preesistente allo stesso Stadio di Domiziano.
La strada, che prosegue ad occidente rispetto a Tor Sanguigna col nome di via dei Coronari e che ad est, sempre sullo stesso rettilineo, passa sotto l’arco di piazza Sant’Agostino e prosegue sempre più ad oriente con i nomi di via delle Coppelle e via del Collegio Capranica, non era altro che un tracciato rettilineo dell’età di Nerone, detto Via Recta. Circa un chilometro ed anche più, ai tempi di Nerone, di un’arteria di traffico diritta che partiva dall’odierna piazza Colonna e correva oltre l’intero percorso di via dei Coronari, da est ad ovest appunto, fino al Ponte Neroniano, che varcava il Tevere ed era più antico di 60 anni del Ponte Elio, costruito da Adriano e poi chiamato Ponte S. Angelo.
Fu, questa Via Recta, un Cardo Maximus di Roma imperiale, poichè partiva dal nuovo Decumanus Maximus, di andatura nord-sud, realizzato da Augusto secondo un progetto che pare fosse già di Giulio Cesare, suo padre adottivo. Questa arteria rettilinea, di un chilometro e mezzo, si chiamava via Lata, ossia larga, al tempo d’Augusto. I papi che la riattivarono a partire da metà '400, la chiamarono il Corso poichè vi fecero svolgere a carnevale le corse dei cavalli, da piazza del Popolo a piazza Venezia. Sul lato occidentale di questa via Lata Augusto fece costruire il suo centro monumentale, con l’Ara Pacis e il suo mausoleo.
*Itinerario da percorrere in circa due ore, con partenza in Piazza di Pietra ed arrivo a Piazza di Tor Sanguigna. Ingresso gratuito in tutti i monumenti.