I luoghi.
Santa Maria del Popolo e la Porta Flaminia, già di San Valentino - Rione dell’Oca -Via di Ripetta e Passeggiata di Ripetta - Il porto settecentesco, approdo verso la Trinità de’ Monti - La scrofa e il Palazzo de’ Medici.
La storia.
Fu Aureliano, diciassette secoli fa, il primo a spostare di un miglio a nord l’antico baluardo settentrionale di Roma, ossia la rocca Capitolina, l'Arx. Negli anni 272 e 273, Aureliano scelse l’antica altura dei giardini dei Pinci, che si protendeva verso il Tevere e la usò come baluardo fortificato, completandola con un poderoso muro fino alla riva del fiume.
Nelle mura aprì una porta tra due alte torri, che chiamò porta Flaminia dal nome della via ben più antica che usciva in quel punto dalla città, diretta a nord assieme alla via Cassia: le due strade consolari avevano unico percorso ancora per due chilometri circa, poi si dividevano, dopo aver varcato il Tevere a ponte Milvio. Più nettamente a nord la Cassia, un poco a nord-est la Flaminia: la prima avrebbe attraversato la Toscana, fino a Firenze e oltre, la seconda l’Umbria con Spoleto e poi Marche e Romagna, fino a Fano e a Rimini.
Nel medio evo la prima strada, percorsa dai pellegrini, fu detta Francigena, perché toccava gran parte delle terre dei Franchi e proseguiva, oltre Calais, in Inghilterra; la seconda, che arrivava a Ravenna, a Padova e nel Veneto, fino ai valichi del Tarvisio e del Brennero, fu detta Romea: la percorrevano tedeschi e slavi, in viaggio avventuroso per Roma; alcuni a Ravenna s’imbarcavano per l'Oriente; altri, per vie d’acqua, proseguivano a nord per Venezia o Trieste. E spesso erano pellegrini, o mercanti.
Porta del Popolo, che per diversi secoli del primo millennio cristiano si chiamò porta San Valentino, aveva prima preso nome dalle non lontane catacombe di Valentino vescovo di Terni, sulla via Flaminia, in grotte di tufo scavate sotto quei monticelli, sulla destra, che poi furono detti Parioli (forse dal nome d’una famiglia proprietaria).
Ma una leggenda ed un’operazione di bonifica poco dopo l’anno mille, cambiò ancora il nome alla ormai vecchia porta Flaminia. Si racconta che nella zona dell’antica porta San Valentino abbandonata attorno all’anno mille, nessuno osasse andare ad abitare perché era infestata da diavoli e da fetidi miasmi. Ma quando giunse a Roma la notizia, nell’estate del 1099, della vittoria dei Crociati in Oriente e della liberazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il Papa in persona volle andare a quella porta, lontana dal Laterano in cui abitava, munito di scure, di aspersorio e di un piccolo libro: il rituale per gli esorcismi. Si diceva infatti che molti diavoli fossero annidati in un pioppo (populus in latino), ormai secolare, che aveva affondato le radici persino nel cadavere di Nerone, imperatore dannato, che giaceva nella tomba dei Domizi proprio a ridosso della porta.
Con la scure il papa Pasquale I abbatté il populus dannato, lo purificò cacciandone gli spiriti maligni e al suo posto fondò un populus nuovo: una parrocchia, “populus Dei”, popolo di Dio.
La nuova chiesa, più piccola dell’attuale, fu dedicata alla “Madre di Dio”, e fu detta Santa Maria del Popolo. Si racconta che alla sua costruzione contribuì con offerte di denaro e con opere di fatica volontarie sul posto, tutto il popolo di Roma. Fu rafforzato il posto di guardia sulle mura e la stessa porta: nacque un piccolo villaggio, per lo più di osti e albergatori, per ricevere i pellegrini che venivano dal nord d’italia e d’Europa. Quattro secoli dopo un papa, Sisto IV della Rovere, stabilì presso la chiesa un convento di Agostiniani lombardi, frati teologi ai quali fu affidata la stessa parrocchia, nelle case della quale cominciarono a prevalere osti e albergatori venuti dalla Lombardia. Ancora una via vicina, diretta verso San Pietro, si chiama “di Monte Brianzo” perché abitata da gente che parlava il brianzolo, la lingua della campagna milanese, quella di Renzo nei Promessi Sposi. Tra loro, a fine ‘500, giunse il ventenne Michelangelo Merisi da Caravaggio, presso uno zio che era piccolo monsignore di Curia. E qui pose studio e casa.
Ma già ottant'anni prima, a sistemare la piazza e una bella via dalla piazza di Santa Maria del Popolo fino al porticciolo di Ripetta, ci aveva pensato il papa raffinato del Rinascimento, Leone X Medici, con la collaborazione di Raffaello e di Antonio da Sangallo, che fecero i primi disegni per un più elegante quartiere, in zona ancora di periferia romana, ed idearono anche una piazza più larga, con un piccolo obelisco.
Vi convergevano due strade, puntate all’obelisco e alla Porta del Popolo: la via del Corso, già raddrizzata mezzo secolo prima da papa Paolo II Barbo, veneto, per praticarvi le corse dei cavalli fino a piazza Venezia; e la nascente via del porto di Ripetta.
Pochi decenni dopo, regnando da papa un cugino di Leone X, Clemente VII Medici, nacque un’altra via convergente con le prime due verso Porta del Popolo: il tridente era fatto. La via veniva dai “due macelli” d’estrema periferia, a ridosso delle lontane pendici del Quirinale: la strada, dal Papa che la volle, si chiamò “Clementina” ma poi il popolo la chiamò “del Babuino”, da uno strano scimmiotto che credette di vedere su una fontana vicino un portone.
A metà ‘600, per la regia di Gianlorenzo Bernini e per l’opera soprattutto di Girolamo e Carlo Rainaldi, padre e figlio architetti, la piazza rinasce come grande teatro barocco: Bernini ingigantisce la facciata interna della porta monumentale, in onore di Cristina di Svezia, regina luterana convertitasi al cattolicesimo, e al suo “felice e fausto ingresso” avvenuto nel 1656.
Per chi entri dal nord, oltre l’obelisco, giganteggiano le facciate di due chiese, gemelle ma non uguali, che fanno pensare a San Pietro: santa Maria in Montesanto e santa Maria dei Miracoli. Finite all’aprirsi degli ultimi decenni del secolo, quando Bernini muore (1680), con la chiesa più antica già danno allo spiazzo il nome delle “Tre Madonne”; ed una via di campagna, che scavalca i monti Parioli, parte dalla destra della Flaminia per portare alla villa suburbana dei Gesuiti, sede estiva del loro affollato collegio, all'ombra dei pini. E’ l’odierna zona tra piazza Pitagora e viale Romania.
La chiesa di Santa Maria del Popolo in tre secoli è divenuta uno scrigno di capolavori. In fondo, dietro l’altare berniniano al centro della navata maggiore, è una cappella bramantesca di rara armonia; in alto, nelle vele, è affrescata da Pinturicchio tra fine ‘400 e primi ‘500, ai lati ha belle tombe sansovinesche dei primi decenni del ‘500. Sulla navata sinistra si affaccia la cappella Chigi, architettura di Raffaello, che appartenne al “gran Banchiere della cristianità”, Agostino Chigi il magnifico, che finanziò anche l'operazione di Leone X di bonificare gli “ortacci” presso Ripetta, covo di prostitute e gente di malaffare. Nella cappella mise mano anche Bernini, con due sculture, e lo stesso artista ornò la chiesa con altre statue di sante sdraiate tra gli archi della navata centrale. Ai primi del ‘600 due autentici capolavori vi pose Caravaggio, nella cappella Cerasi, nel transetto a sinistra: la Crocifissione di san Pietro e la Caduta di san Paolo, ancor oggi avvolti nell’ombra come quasi ogni opera sua.
Infine, nel '700 un ultimo architetto di genio del barocco romano, Carlo Fontana, realizzò la cappella Cybo, di fronte alla Chigi, a metà della navata sinistra, con bella ed elegante cupola, in un trionfo di marmi a colori caldi, tra giallo antico, fiamma e diaspro rosso. Due cappelle vicine, nella navata destra, offrono invece saggi del più sereno dipingere pre-raffaellita, con una Vergine del Pinturicchio nella prima.
La bellezza della piazza fu completata nei primi decenni dell’800 da Giuseppe Valadier, in piena moda del neoclassico in Europa. Il piazzale si allarga longitudinalmente, entrando da Porta del Popolo, in due emicicli: per realizzare quello sotto il Pincio si demolisce parte del vecchio convento degli Agostiniani; e per fare quello verso il Tevere si spallano case, casette e alberghi del quartiere dell’oca, riducendolo assai. In queste casupole prese primo alloggio Wolfgang Goethe, quando scese dalla carrozza a porta del Popolo nell'ottobre del 1786, poco prima del tramonto. Da quel momento cominciò una storia nuova del turismo e del modo europeo di viaggiare. Goethe lo narra nel Diario.
A fine ‘800 la piazza, ben ornata con otto fontane, tra grandi e piccole (i quattro leoni gettanti acqua al centro, le due ai lati con le divinità Roma e Nettuno, più i due sarcofagi gemelli usati come vasche), sarà il punto di arrivo del gran passeggio elegante domenicale. Ma fino al 1867, presso l’obelisco ed i leoni, girava spesso il boia, mastro Titta: gli ultimi che subirono esecuzione capitale furono Targhini e Montanari, due carbonari che cospirarono per l’insurrezione, poi fallita, nei giorni del fatto d’arme garibaldino di Mentana. La sistemazione della piazza, voluta da Napoleone che approvò a Parigi anche i piani dei giardini del Pincio, comprendeva le rampe scenografiche verso la collina, che avrebbe dovuto simboleggiare il Campidoglio e le fortune antiche di Roma: colonne rostrate, barbari vinti, segni trionfali. In alto, il primo belvedere pubblico per i romani: la piazza sovrastante piazza del Popolo reca, ancora oggi, il nome di Napoleone.
In verità, Napoleone avrebbe voluto di più per Roma, sede designata per il trono imperiale di suo figlio, l’Aquilotto che non volò mai: con il suo Prefetto del Tevere, Tournon, aveva progettato un gran viale costeggiato di verde, subito fuori porta del Popolo e fino a ponte Milvio. Con almeno quattro filari di alberi, il gran viale avrebbe dovuto corrispondere, per ampiezza e bellezza, agli Champs Elisées di Parigi. Ma il dominio napoleonico fu breve, non giunse neppure a tre lustri. E dopo Lipsia e Waterloo, il sogno di Bonaparte - che non ebbe mai il tempo di venire a Roma - svanì.
Abbastanza coerente, invece, era riuscito il progetto di Leone X e di Raffaello, coadiuvato da Antonio da Sangallo il Giovane: di fare una bella arteria, dalla piazza del Popolo fino al porto di Ripetta ed oltre: ossia fino al punto in cui si affacciavano le finestre laterali di un gran palazzo di primo ‘500, già abitato dal cardinal Giovanni de’ Medici. Questo ricco cardinale fiorentino fu colui che, divenuto papa nel 1513, dopo il bellicoso Giulio II, prese il nome di Leone X. E da pontefice fece cominciare la lunga via carrozzabile che condusse fino a piazza del Popolo. Ben larga, per quei tempi. Fece riallineare case, chiese e ospedali: ad esempio il vecchio ospedale degli “Incurabili a casa”, San Giacomo in Augusta, fu rifilato dalla nuova strada e fu allineata anche la sua chiesetta e cappella mortuaria, che dava sugli “ortacci di Ripetta”: Santa Maria “in porta Paradisi”, alla porta del Paradiso: così chiamata forse per consolare i parenti di coloro che ricevevano le esequie presso l’ospedale.
Su una traversa di via di Ripetta pose studio d’arte, tra fine ‘700 e i primi decenni dell’800, il celebratissimo scultore Antonio Canova: una strada ne ricorda il nome e via del Vantaggio mostra ancora le pareti esterne di quel che fu il suo vasto atelier, tutte incrostate di pezzi di marmi antichi, frammenti di sculture classiche. Un altro ricordo segna il doveroso onore recato ad una delle più belle figure di popolano del Risorgimento romano: via Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, è all’angolo dell’isolato in cui l’eroe ebbe la casa. Fu fucilato prima del ‘70 con un figliuolo ancor giovinetto: un monumento in bronzo, collocato sulla passeggiata alberata di Ripetta, presso il Tevere, un tempo luogo romantico, lo ricorda ai posteri.
Più avanti, sulla sinistra di via di Ripetta, alcune memorie architettoniche e di arredo di una Roma che fu: l’edificio a ferro di cavallo, che fu sede della prima Accademia del nudo in Roma, già a fine '700, e poi sede del Liceo artistico romano, opera neoclassica ora dimenticata. Più oltre, fra il lungotevere e la piazza di Ripetta ridotta a piccolo nodo di traffico, oltre l’Ara Pacis, sono le reliquie di quello che fu l’amenissimo ed elegante Porto di Ripetta, opera egregia degli stessi architetti di Trinità de’ Monti, Francesco De Santis ed Alessandro Specchi. Il porto, costruito nei 21 anni di pontificato di Clemente XI Albani, 1700-1721, sorgeva elegantemente dal Tevere, ad ondate di gradini curvati ad esedra semi-ovale. Sul fiume era una sorta di balconcino con una fontana ed una lanterna, accesa la sera, per segnalare l’approdo ai naviganti: questa c’è ancora, spostata su un lato della piazza, rialzato, prospiciente il ricostruito palazzo della “Dogana di fiume”.
Purtroppo il gentilissimo porto di Ripetta - demolito a fine ‘800 per costruire i poderosi “muraglioni” del Lungotevere - rimane oggi soltanto in una bella stampa del Piranesi: durò meno di due secoli, che a Roma sono molto poco. Restano le chiese gemelle di san Rocco e di san Girolamo degli Schiavoni, che fronteggiavano la curva scalea e l’ampia banchina d’approdo. Fino agli anni ‘80 dell''800 qui sbarcavano merce i navigli piccoli che potevano passare sotto i ponti, ma anche vapori postali che giungevano fino a Magliano Sabina, Otricoli e Orte, dato che il Tevere era navigabile: esattamente fino al tempo dei battelli a ruota. Al porto di Ripetta sbarcavano vini pregiati che venivano dall’Oriente o da Malaga e dai porti di Spagna, nonché stoffe ed articoli di valore come le seterie e le drapperie dei primi negozi posti dai Veneziani ai lati della nuova via elegante del '700, via dei Condotti, tratto raffinato della più lunga “via Trinitatis”, via della Trinità dei Monti, che si concludeva scenograficamente, bella nelle luci rosate dei tramonti estivi, con la scalea e le due torri della chiesa in cima.
*La nostra scarpinata, della durata di circa due ore, inizia alla Porta del Popolo con la vista della chiesa di Santa Maria del Popolo, e termina in Piazza di Spagna. L'ingresso è gratuito in tutti i monumenti.