L'arrivo dei primi cristiani a Roma

Il percorso.

La via Appia antica al suo inizio - La chiesa di San Pietro “alla fasciola” e la chiesa di San Sisto martire - I sepolcri celebri della “Regina viarum”: dagli Scipioni ai martiri - I luoghi della leggenda del “Quo vadis?" - il bivio tra le vie Appia e Ardeatina  - Il luogo originario delle Catacombe - La basilica dei martiri e degli Apostoli Pietro e Paolo - Le catacombe di Pretéstato - Le catacombe di san Callisto e la cripta dei Papi - Le catacombe di Domitilla.


La storia.

Tra il secondo secolo e il quinto secolo dopo Cristo, un popolo di tipo nuovo si manifesta, nel territorio di Roma, e va crescendo: cresce, paradossalmente, in proporzione agli eccidi dei suoi testimoni che professano una nuova fede; sono i seguaci di un uomo che fu ucciso in croce, in una lontana contrada dell’impero e che, tuttavia, è vivo tra loro.

Queste persone, chiamate cristiani, seppelliscono i loro numerosi morti sotto terra lungo tutte le vie consolari, che partono a raggiera da Roma. E, poichè attendono la resurrezione dai morti, rispettano premurosamente ogni morto, come estremo segno di amore e di comunità, fra vivi e defunti. Per quattro secoli circa dura questa pratica di seppellire in comunità, nel tufo della periferia, i propri cari, secondo una pia usanza già portata a Roma dagli Ebrei: dagli inizi del secondo secolo (epoca di Traiano ed Adriano) fino ai tempi calamitosi delle invasioni barbariche, ossia al V secolo (il primo saccheggio dei Goti di Alarico è del 410 d.C).

E’ certo ormai, secondo tutti gli storici, che i cristiani consideravano le loro catacombe solo come cimiteri; ossia secondo la parola greca “koimetéria” (“dormitori”) per conservare tutti coloro che attendono la resurrezione. I cimiteri, soprattutto per le tombe dei martiri, ossia dei più coraggiosi “testimoni”, che hanno pagato con la vita l’affermazione della loro fede, sono anche considerati luoghi di culto. Migliaia di cristiani, specie dopo la libertà di culto data da Costantino (nel 313), ma anche prima, sfidando leggi duramente persecutorie, presero ad andare a pregare sulle tombe dei martiri. Ed erano tanti i martiri che stavano in mezzo ai loro morti. Quindi le “vie dei martiri” condussero anche a luoghi di culto. Ma è superata la credenza, diffusa fino ad un secolo fa, che i cristiani trovassero rifugio nei sotterranei delle catacombe in tempi di persecuzioni. E non è neanche vera l’impressione, che molti turisti hanno, che per trovare nel suolo di Roma tracce concrete dei tre secoli di persecuzioni e della Chiesa di quei tempi, sia necessario andare fuori porta, sulle vie consolari.

Specie in questi ultimi due secoli di archeologia cristiana si sono trovate interessantissime tracce della Chiesa vivente nei primi secoli di cristianesimo, soprattutto scavando sotto gran parte delle chiese più antiche del centro storico, anche in pieno centro. Sono emerse tracce evidenti delle “chiese domestiche”, ossia di comunità che si riunivano nelle case dei credenti, fin dai primi secoli: dalla zona del Corso (antica via Lata), in S. Maria in via Lata, in S. Marco, in S. Lorenzo in Lucina, fino a S. Lorenzo in Damaso, S.Girolamo della Carità e a tante altre chiese antiche dell'Esquilino, Aventino e Quirinale.

Fra le numerose catacombe di Roma, sia ebraiche che cristiane (quest’ultime si contano oggi in alcune decine), per conoscere alcuni elementi della vita dei cristiani nei primi cinque secoli (ossia fino alle invasioni barbariche) abbiamo preferito percorrere almeno un miglio della “regina delle strade”, ossia della via Appia, nel tracciato antichissimo. E anche per mostrare l’evidenza di una trasformazione, lungo la più monumentale delle vie consolari, dalla presenza di grandi e famosi sepolcreti dell’età pagana, come le tombe degli Scipioni e il sepolcro di Cecilia Metella, alla nascita delle catacombe.

Lungo questa strada che fu, dagli ultimi secoli della Repubblica romana fino a tutti i cinque secoli dell’Impero (caduto in Occidente nel 476), la maggiore arteria di collegamento tra l’Urbe e le principali province d’Oriente, si può notare, dai tempi di san Pietro a quelli dei Goti e dei Vandali, un lento ma sicuro passaggio da una monumentalità esterna, segnalata da sepolcri e colombari, ad una serie di enormi cimiteri cristiani nel sottosuolo, su due, tre, quattro piani di cunicoli nel tufo e nella pozzolana, talora concatenati tra loro.

I cimiteri prendono il nome dai donatori del terreno, come Domitilla, Priscilla o Trasone, oppure dai martiri più illustri, come ad esempio Sebastiano, capo delle guardie imperiali sul Palatino.

Abbiamo scelto l’Appia antica, sia perchè lungo questa via sono molte le memorie pagane e le catacombe, sia perchè alla “via Martyrum”, percorsa spesso da processioni pie, si sono qui collegate leggende suggestive fin dall’alto Medioevo; in particolare, legate alle vicende di Pietro e Paolo, i primi e più illustri martiri della comunità di Roma.

Il punto di partenza dell’itinerario è una chiesetta sulla via Appia che ha cambiato nome negli ultimi secoli, essendo ora dedicata a due martiri sepolti in una delle catacombe, cui questa strada conduce, i santi Nerèo e Achìlleo. Ma, secondo una leggenda, in questo luogo appena fuori città, Pietro, in fuga all’annuncio della prima e cruenta persecuzione voluta da Nerone, perse una delle due bende che gli fasciavano le gambe, simili a quelle che i soldati portavano fin dentro le scarpe ancora durante la grande guerra; si racconta che i cristiani raccolsero la benda e la conservarono poi in una chiesetta, detta “San Pietro in fasciola”. Fu una delle tappe delle processioni sulla via dei martiri.

Dirimpetto è un’altra chiesa antica: è dedicata alla memoria di un papa martire, San Sisto, che fu ucciso con i suoi diaconi durante la terribile persecuzione di Valeriano, del 258, la stessa in cui morì san Lorenzo.

Poco oltre, laddove la via Appia torna alla sua dimensione antica, stretta tra due lunghe muraglie, è la chiesetta di San Cesareo “in Palatio”, a ricordo di vetuste dimore. Più avanti, poco prima della Porta Appia, definita poi “di san Sebastiano”, che chiuse verso la fine del terzo secolo cristiano (272-275) le mura erette dall’imperatore Aureliano, sul lato sinistro (per chi esca da Roma) sono ancor oggi visitabili i resti del monumentale Sepolcro degli Scipioni, ben noto ai tempi della Repubblica romana.

Poche centinaia di metri oltre, tra ruderi di sepolcri dell’età pagana, si trova la cappellina del “Domine quo vadis?” presso il bivio fra le vie Appia e Ardeatina, ancor oggi quasi campestre. Ma, poco prima, s’incontra una piazzetta ed una basilica, ricostruita con una facciata del seicento dal cardinale Scipione Borghese: è San Sebastiano “ad catacumbas”, la basilica sorta sul luogo di uno dei cimiteri più antichi di Roma, che poi dette il nome a tutti gli altri. Pare infatti che “ad catacumbas” venisse dal nome di quella contrada, nella quale era un’osteria “alle barchette”. Tale il significato di “katà kymbé”, il nome greco della zona, dato che questa lingua era la più parlata dal popolino della città, tra il secondo e il quarto secolo cristiano.

Queste “catacombe” divennero poi importanti quando i cristiani decisero, attorno al 250, di trasferire le spoglie di Pietro e Paolo, dai luoghi del martirio ove erano venerati, ossia in Vaticano e sulla via Ostiense, in questo luogo di sepoltura di altri martiri, nascosti tra gli altri. E qui restarono probabilmente fino al termine della persecuzione di Valeriano, che aveva ordinato di uccidere i cristiani anche quando si riunivano sulle tombe dei martiri più noti.

Pur essendo stati nascosti i corpi degli apostoli tra altre tombe meno importanti, sulle mura intonacate di un oratorio cristiano in questo luogo si sono trovati, nel 1915, ben seicentoquaranta graffiti di cristiani anonimi che invocano, in greco e in latino, i nomi di san Pietro e san Paolo, “qui presenti”. E molti ritengono che la festa unitaria dei due apostoli del 29 giugno risalga, appunto, a quel cinquantennio circa in cui i corpi furono venerati insieme nella stessa basilica, detta infatti “Apostolorum”, ossia: dei due apostoli di Roma. Costantino, trapiantata nel 326 Roma a Bisanzio, sulle rive del Bosforo, volle anche nella nuova città una “Basilica Apostolorum” gemella di questa dell’Urbe.

Ma le catacombe più vaste ed oggi più visitate sulla via Appia sono quelle di san Callisto ampliate per gran parte della comunità cristiana e per molti dei suoi vescovi (e martiri): da quando Callisto - venerato anch’egli come martire e papa - era ancora diacono ed amministratore dei beni della Chiesa. Gestite nei tempi nostri dai Salesiani, le memorie di queste catacombe sono ancora uno dei luoghi più frequentati da un pubblico internazionale. Del resto il nucleo sotterraneo finora esplorato supera i dieci chilometri con le interminabili gallerie.

Prima di quelle di san Callisto sono state trovate le catacombe di Pretéstato, così come, poco dopo il maggiore complesso catacombale, si incontra ancora un vasto nucleo di catacombe alle quali si accede dalla vicina via Ardeatina: sono le catacombe di Domitilla, forse una donna della famiglia imperiale di Domiziano, che donò il suolo ai cristiani. In questo ambito rimangono i resti di una basilica cristiana molto antica collegata alle catacombe, che prende i nomi dei martiri Nerèo a Achìlleo. Una parte notevole della basilica, semiinterrata da secoli, è stata restaurata.

Il cammino può proseguire per poche centinaia di metri verso la campagna, lungo l’Ardeatina. Si incontrano le Cave Ardeatine, antiche miniere di pozzolana, che furono scelte dai tedeschi dell’esercito nazista per fucilare al loro interno, a metà marzo del 1944, 335 persone innocenti, tra le quali molti ebrei, prelevate frettolosamente dalle carceri romane, per improvvisa ed inaudita “rappresaglia” contro un attentato dinamitardo nel centro di Roma, in cui perirono 32 tedeschi. Si disse allora, dai comandanti nazisti di Roma, che ne erano stati uccisi “dieci per uno”, ma purtroppo si eccedette pure nel conto, tanto poco per loro valeva una vita umana. Si tentò poi di coprire il misfatto facendo brillare mine nelle cave sui poveri resti. Ma le Fosse Ardeatine, sulle stesse “vie dei martiri’, restano anch’esse una testimonianza nei secoli. Molti gruppi di fedeli, ricordando i “martiri del XX secolo”, si recano a rendere onore anche a questi testimoni dell’umanità, vittime di barbarie inaudita.


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