I Iuoghi.
L'Aventino duemila anni fa - San Paolo, Aquila e Priscilla a Roma - Santa Prisca e un antico mitreo - Il tempio di Diana e santa Sabina - La leggenda di sant'Alessio - Il castello dei Savelli e Ottone III a Roma - San Saba, un santuario d'oriente.
La storia.
L'Aventino, colle antichissimo dei plebei, fu contrapposto al Palatino, il colle dei patrizi, dominatori di Roma. Era noto come l'altura scelta da Remo per osservare il volo degli uccelli, in opposizione con il fratello Romolo. Remo ebbe la sfortuna di avvistare sei avvoltoi, segno nefasto, mentre Romolo avvistò le aquile, segno di gloria.
La tradizione, riferita da Tito Livio, continua ricordando che sull'Aventino si riunì la plebe di Roma, in secessione perchè scontenta del trattamento da parte delle autorità costituite, che provenivano tutte da famiglie di proprietari terrieri, ossia dai possidenti, i ricchi: i quali richiamandosi a padri, patres, illustri, davano a se stessi il nome di patricii. Si racconta che, per fare tornare i plebei al lavoro e alla collaborazione coi patrizi, fosse stato mandato a parlare con loro Menenio Agrippa: e qui, proprio sull'Aventino, Menenio li avrebbe persuasi, con il noto apologo sulle diverse membra del corpo.
A parte le antichissime storie, i testi antichi parlano dell'Aventino come del colle nel quale furono fatti alloggiare gruppi di Latini vinti dai Romani. Ed ancora si narra che il penultimo re di Roma, Servio Tullio, il costruttore della prima e vasta cinta di mura attorno ai sette colli, volle sull'Aventino un grande tempio dedicato a Diana, di grandezza paragonabile a quello dedicato ad Artemide in Efeso. Il tempio di Diana, coi suoi cortili e gli spazi sacri vicini, fu considerato sacrario della plebe romana. Dopo le guerre civili concluse con il riconoscimento delle magistrature plebee, i Tribuni e gli Edili, l’Aventino restò come il colle di convegno dei popoli laziali e dei ceti popolari.
Plutarco scrisse che Aventinus prendeva il nome "ab avibus”, cioè dagli uccelli visti da Remo (la leggenda raccontava anche che Romolo, dopo aver ucciso il fratello, lo avrebbe sepolto su questo colle). Per altri autori, memori della secessione dei plebei, provenienti da Palatino e dintorni, Aventino prenderebbe il nome da "adventus hominum”, ossia dalla venuta di uomini da altri luoghi. Varrone, poi, sostenne che il nome del colle verrebbe da un gruppo di Sabini, che, trasferitisi su concessione di Romolo dalle rive di un fiume Avens, avrebbero ribattezzato il colle col nome del corso dacqua a loro caro. Ma pochi hanno seguito questa interpretazione.
Sembra più probabile l'origine da adventus, essendo stata la zona collinosa a sud della Vallis Murcia (oggi valle del Circo Massimo) abitata a più riprese da genti venute da altri luoghi (adventicii in latino) ed inclusa nelle mura urbane fin dal sesto secolo avanti Cristo, ossia dai tempi delle mura di Servio Tullio. Per altri infine Aventinus, un ex re di Alba qui colpito dal fulmine, morì e qui fu sepolto.
Altro luogo importante sull'Aventino - e molto popolare - era la zona sacra dedicata alla triade dionisiaca greca, Cerere, Libero e Libera (Libero era un nome di Bacco). La avrebbe consacrata Aulo Postumio nel 494 avanti Cristo, dopo aver consultato i Libri Sibillini. Fu tale tempio, ubicato ove oggi si trova la basilica di Santa Sabina, la sede abituale degli Edili e dei Tribuni della Plebe. Nei suoi sotterranei si conservavano i denari delle multe, riscosse dagli Edili a nome dello Stato in occasione di contravvenzioni. Fu conservato fino al IV secolo dopo Cristo, in questa sua funzione di tesoro pubblico, succursale del tempio di Saturno alle pendici del Campidoglio sotto il Tabularium.
Presso il tempio di Cerere, Libero e Libera era anche il tempio di Flora, forse sulla pendice nord del colle, verso la Bocca della verità.
La nostra visita cristiana all'Aventino comincia con l'altura di Santa Prisca. Luogo di un'antica ecclesia domestica, sorta là dove era prima un Mitreo. La leggenda cristiana si riferisce ai primissimi decenni del cristianesimo in Roma. San Paolo, giunto a Roma per essere giudicato dall'imperatore, ma con una certa libertà di movimenti per la sua qualità di civis romanus, racconta di avere abitato nella casa di Aquila e Priscilla. Ne parla il suo discepolo, Luca l'evangelista, negli Atti degli Apostoli”.
Questi coniugi erano ebrei e nella loro abitazione funzionava una "ecclesia domestica". Priscilla non è da confondere con la signora della nobile famiglia degli Acilii, che dette parte del suo terreno sulla via Salaria per le note catacombe. Aquila e Priscilla, secondo la tradizione, abitavano sull'Aventino e vivevano confezionando tende. E san Paolo li aiutava nell’impresa artigiana. Qui avrebbero ospitato anche san Pietro. Presso di loro abitava Prisca, giovinetta romana (secondo altri, loro figlia) che lasciò il nome al titulus di proprietà dell’antichissima chiesa. La storia racconta ancora che quando l’imperatore Claudio espulse gli Ebrei da Roma nel 46, Aquila e Priscilla andarono a Corinto, presso altri connazionali pure conosciuti da san Paolo. Ma già nel 57 essi erano tornati a Roma.
Gli scavi sotto la chiesa di santa Prisca hanno riscoperto un’abitazione romana, allineata sull'antico clivus Publicius, una via che saliva al colle. Papa Leone III, al tempo di Carlo Magno (800 dopo Cristo) estese il titolo di Santa Prisca ai nomi dei beati Aquila e Priscilla. Prisca, la fanciulla, è ben più venerata nella tradizione cristiana: battezzata da san Pietro a 13 anni, fu condannata da Claudio ai leoni, ma fu lasciata dalle belve miracolosamente illesa. Decapitata successivamente, fu sepolta sull’Aventino. Il corpo fu ritrovato due secoli dopo, ancora in tempo di persecuzioni, da sant'Eutichio papa, vescovo di Roma dal 275 al 283. Egli lo ricollocò in chiesa, che resta una delle più antiche chiese di Roma, anche se ridotta nella sua stessa estensione, per le vicissitudini dell'Aventino molto esposto alle invasioni barbariche. Attualmente è visibile nella ricostruzione del 1455, priva delle sue prime tre campate che crollarono per un incendio. La chiesetta cadde ancora in rovina durante l’occupazione napoleonica del 1798, ma fu di nuovo ricostruita, senza molte memorie della sua antica bellezza.
Il tempio più bello dell'Aventino cristiano resta Santa Sabina. La tradizione vuole che la basilica sorgesse sull’abitazione della ricca matrona cristiana, Sabina, che aveva al suo servizio una greca cristiana, Seraphia, dalla quale fu convertita. Seraphia morì per lapidazione sotto la persecuzione di Adriano, mentre Sabina fu arrestata. E fu martire un anno dopo, probabilmente nel 114; nel luogo della sua casa fu conservata memoria della martire.
Solo tre secoli più tardi, per volontà di un prete erudito, Pietro d’Illiria, fu costruita una bella chiesa al tempo di papa Celestino I, attorno al 425. Nuovi lavori furono fatti qualche anno dopo da papa Sisto III (432-443) e la nuova basilica fu una delle più belle di Roma. Un secolo e mezzo dopo, papa Gregorio I scelse la basilica di Santa Sabina come luogo di partenza per la processione che apre i riti della quaresima, ogni mercoledì delle Ceneri. Papa Giovanni XXIII, nel 1959, riprese l’antichissima tradizione recandosi a Santa Sabina il pomeriggio di mercoledì delle Ceneri. E i successori fino a papa Wojtyla sono tornati sui passi delle processioni di san Gregorio Magno.
Attorno a Santa Sabina, tra 1200 e 1300, sorse la rocca fortificata dei Savelli: là dove, del resto, già nell’anno Mille si era barricato in un castello a dominio sul Tevere uno dei pochissimi imperatori tedeschi che sia vissuto a Roma. Fu il giovane Ottone III, che volle attendere nella sua fortezza sull'Aventino il sorgere dell'anno Mille. A valle, nella chiesa costruita sull'Isola Tiberina, fece portare i resti di sant’Adalberto, vescovo di Praga ed evangelizzatore della Prussia, ucciso presso i confini della Polonia.
Della rocca dei Savelli, sovrapposta alla effimera reggia castellana dell’imperatore giovinetto, ultimo di Sassonia, non rimangono in vista che poche mura perimetrali: attualmente cingono un giardino a belvedere di fronte al Tevere e al Gianicolo, ornato di piante di aranci. Il castello, in quest'ala ridotta a rovine, fu svuotato negli anni 30 del secolo scorso. E gli aranci amari che ornano il giardino non sono che i lontani discendenti del primo alberello d’arancio regalato a san Domenico, ospite di Rocca Savella nel XII secolo, da navigatori che l'avevano portato dall’Oriente. La pianta diretta discendente del primo arancio è ancora nel chiostro dei domenicani, già frequentato da san Domenico, sull'altro lato della basilica antica. Dopo i Savelli, nella vecchia dimora presero stanza i frati di san Domenico, che hanno ancora lì la loro Curia Generalizia.
Della basilica di Santa Sabina vanno ricordate non solo le belle luci basilicali, con le finestre ancora ornate di selenite al posto dei vetri; non solo lo spazioso impianto, che resta dopo molti restauri, con capitelli e colonne originari; ma anche un grande mosaico con scritta dedicatoria e i bei piedritti degli archi rivestiti di specchi e ornamenti di marmi ad intarsio, nel vetusto stile dell’opus sectile. Va pure ricordata, in una cappella, una bella immagine della Madonna del Rosario, del Sassoferrato: a memoria del fatto che la pratica popolare del rosario fu portata dai figli di San Domenico in tutti i continenti.
L'Aventino, rimasto con molto del verde della periferia estrema ed ottocentesca di Roma, può essere ricordato per altre tre chiese almeno. La più vicina a Santa Sabina è legata ad una delle più antiche leggende dell’Oriente mediterraneo: quella di sant'Alessio, il giovane sposo che lasciò la moglie piangente il giorno stesso delle nozze per recarsi come eremita in Terrasanta. Ma poi tornò, nel nobile palazzetto dell’Aventino, e si fece accettare come mendicante nel cortile, senza che la moglie lo riconoscesse, restandovi venerato come un santo. Al momento di morire rivelò la sua identità e la sua fedeltà amorosa alla moglie, nelle braccia della quale spirò. La scala sotto la quale Alessio visse gli ultimi anni di vita è nella chiesa, come reliquia.
Ancora un convento storico, Sant'Anselmo, sede antica dei benedettini e tempio di musica sacra, e una chiesa di un ordine cavalleresco, Santa Maria del Priorato di Malta, sono luoghi di grande interesse di questa altura dell’Aventino. La sola piazza, e poi il giardino con la chiesa del Priorato, sono opere geniali del Piranesi, il grande incisore della magnificenza romana del ‘700.
Ma un’altura ancora dell'Aventino va citata come memoria di una antica "Laura”, o convento di rito greco, dedicato a san Saba. E’ su un altro settore del vecchio Aventino, non lontano da una piazzetta che ricorda il luogo leggendario dell’antica presenza funebre di Remo: piazza Remuria. Là sarebbe rimasta una comunità di dissidenti ribellatisi a Romolo, in memoria del fratello ucciso.
*L'itinerario del Colle Aventino ha la durata di circa due ore: l'ingresso è gratuito in tutti i monumenti.