Lo sviluppo del Foro in epoca repubblicana



Anche per il visitatore meglio provveduto è difficile oggi rendersi conto di quale fosse l’aspetto della valle del Foro nei tempi più antichi di Roma. Di massima, il Foro come oggi appare rappresenta l’esito delle trasformazioni prodottesi fino alla tarda età imperiale e oltre, nel primo medioevo; ma, nelle sue linee architettonico-urbanistiche fondamentali, il definitivo assetto della piazza forense risale a Cesare ed Augusto. In questo momento, con il trasferimento della Curia e la riduzione del Comizio al tratto di lastricato antistante, può dirsi completato lo spostamento d’asse del Foro, ormai orientato verso il Campidoglio avendo a fondale i templi alla base del colle e la mole sovrastante dei Tabularium: epilogo, questo, di un processo iniziatosi all’indomani dell’età regia con la costruzione dei templi di Saturno e, soprattutto, dei Castori, i primi grandi edifici templari a segnare la nuova orientazione.

Ma le trasformazioni intervenute a partire dalla fine della Repubblica hanno altresì modificato nel profondo la topografia dei luoghi, diremmo il quadro d’ambiente. Infatti, la realizzazione dei Fori imperiali, da Cesare a Traiano, incidendo il piede delle alture circostanti ha molto dilatato l’area pianeggiante originaria; d’altro canto, il taglio dell’istmo collinare tra Campidoglio e Quirinale, effettuato già nell’antichità (ma proseguito con la costruzione dell’Altare della Patria in questo secolo) e, ai nostri tempi, quello a spese di Velia e Carinae per l’apertura di Via dell’impero, hanno generato artificialmente un fuorviante continuum spaziale, squarciando, verso il Campo Marzio e verso il Colosseo, quell’originario invaso tra le alture che faceva del Foro uh bacino di raccolta delle acque di superficie defluenti, oltre la piazza, e quasi senza un confine determinato, nella palude del Velabro e quindi nel Tevere.

Dei rivi che scorrevano disordinatamente nella valle e del ristagnare delle acque, gli antichi scrittori, quasi tutti di età imperiale, hanno tramandato un ricordo forse enfatizzato nel confronto con la situazione dei loro tempi, quando sottolineare le difficoltà e le dure condizioni di vita delle origini dava maggior risalto al progresso compiuto. Non può negarsi, naturalmente, che l’irregimentazione delle acque debba aver sempre costituito un problema, anzi una premessa ineludibile per la piena utilizzabilità dell’area forense. L’archeologia ha fornito indizi precisi di alluvioni distruttrici accompagnate da incendi, forse provocati da fulmini caduti durante il temporale; lungo il fianco della Regia è stato individuato un piccolo corso d’acqua, che costituiva uno dei limiti allo sviluppo planimetrico dell’edificio e doveva confluire nel piccolo fiume, poi incanalato come Cloaca Maxima, che percorreva il vallone tra Viminale e Esquilino, sboccando per l’Argileto nel Foro, e terminando quindi nel Velabro.

Nell’intento di ricostruire il primitivo quadro ambientale, pertanto, taluni studiosi hanno voluto sottolineare, forse calcando le tinte, gli ostacoli opposti specialmente dal regime idrografico; sì che con ragione è stato obiettato che, per inospitali che possano apparirci, le condizioni del sito non impedirono, nei fatti, una precoce occupazione anche dell’area centrale, la più depressa e perciò certamente la meno protetta ed accogliente. Tuttavia, la tradizione antica conservava fortemente il senso della estraneità della valle forense rispetto alla primitiva comunità del Palatino; il racconto della guerra romano-sabina, terminata con il patto tra Romolo e Tito Tazio e con la definitiva fusione delle due “città”, costituiva il mito etiologico che collegava e spiegava con un episodio determinato antichissimi rituali di passaggio che segnavano la transizione tra ìnterno ed esterno, tra un mondo di rapporti conosciuti e regolamentati e un’alterità potenzialmente ostile e comunque ignota.

I culti in questione si organizzano lungo i due percorsi stradali più antichi che, uscendo dal recinto palatino, scendevano nella valle: i soli che, come è stato da tempo rilevato, venissero designati col termine via, che indicava appunto le strade extraurbane. L’una, la via Sacra, percorreva longitudinalmente la valle, collegando Palatino e Campidoglio. Sul suo tracciato originario si è negli ultimi anni riaccesa una vivace discussione scientifica, alimentata in ultima analisi dalle incerte e talvolta contraddittorie notizie delle fonti stesse.

Per quanto riguarda il tratto forense, che qui interessa, si può ritenere, con il Coarelli, che, più o meno secondo il percorso oggi visibile, la via Sacra dalla Regia tirasse diritto lungo il lato del Foro poi occupato dalla Basilica Emilia, fino al Comizio, da dove, oltrepassato il Vicus Lautumiarum, doveva inerpicarsi sull’arce per le Scalae Gemoniae. L’altra strada, la via Nova, di cui il nome denunzia la recenziorità relativa, scendeva attorno alla pendice del colle fino all’inizio del futuro vicus Tuscus; lì, come ricorda Varrone, era l’imbarco del traghetto che, attraversando la palude del Velabro, giungeva all’Aventino.

Le paretimologie varroniane sottolineano, nel ricostruirlo, questo originario ambiente palustre e rivale, facendo derivare da vehere, advehere "trasportare" i nomi del Velabro e dell’Aventino, e quello di Vertumnus da "verso amne", là dove, cioè, il dio esercitava la sua tutela facendo rivolgere indietro l’onda del Tevere in piena che, come sappiamo da altre fonti, risaliva la palude fino a minacciare lo stesso tempio di Vesta.

In questo angolo, dove l’infima pendice del Palatino trapassava nel Velabro, al termine della via Nova, aveva sede un insieme di culti antichissimi, che non è facile oggi localizzare sul terreno, e di cui non sempre risultano perspicue le valenze sacrali. Chiaro ne è comunque il senso liminare, legato anche al carattere quasi “stigio” del Velabro. Con questo è connesso il culto di Tacita Muta, ninfa della palude infernale, sorella di Giuturna, la cui fonte è nei pressi, e che, come è chiaro dal nome, è all’opposto una dea della luce e dello sgorgare di acque vive; il silenzio di Tacita Muta è quello del mondo dei morti.

La ninfa infernale è, in quanto madre dei Lari (anch’essi quali "di parentes", cioè defunti, antenati) identificata con Acca Larenzia, di cui si venerava il sepolcro al Velabro; di quest’ultima, complessa figura mitica, prevale qui l’aspetto appunto infero di mater Larum collegato a sua volta con la leggenda delle origini e con il vicino Lupercale. Acca Larenzia è, come sappiamo, la moglie di Faustolo e la nutrice di Romolo e Remo. Pari carattere ha un’altra dea del Velabro, Angerona, raffigurata nel suo simulacro "obstricto ore", imbavagliata cioè (dove la impossibilità di parlare, che gli antichi spiegavano in vario modo, sembra un’altra sfaccettatura del silenzio di Tacita Muta), che richiama, per contrapposizione, un’altra delle minori figure divine di quest’area, Aio Locuzio, che il nome trasparente individua invece come dio della parola.

Non lungi da uno degli originari accessi della città palatina, la porta Romanula, Aio Locuzio e Tacita Muta segnano dunque il confine tra l’orizzonte delle voci umane e quello del silenzio, tra la città dei vivi, inaugurata e liberata da presenze sconosciute e temibili, e il regno delle inquiete larve dei defunti immerse nella tenebra e nel tormentoso silenzio dell’aldilà. Perché, come è stato acutamente spiegato, Angerona, la cui festa calendariale cade al solstizio d’inverno, è propriamente la dea delle angustie del sole, della crisi di fine anno, quando l’avanzare del gelo e delle tenebre sembrano ridurre la distanza tra la vita e la morte e si attende con angoscia la ripresa della luce e l’inizio del nuovo anno.

Queste connotazioni dei culti del Velabro sono state riguardate, certamente con ragione, come un ricordo della effettiva, originaria presenza della necropoli pertinente al più antico abitato del Palatino (vedi le tombe dell’Arco di Augusto) ma la nozione di limite, di separazione tra vivi e morti, tra città e necropoli è comunque implicita. Persuasiva è, nel contesto, la localizzazione nel Foro del sacello dei Doliola, orcioli interrati in cui, nel momento del pericolo gallico, le Vestali nascosero alcuni oggetti sacri di Vesta; il significato funerario dei Doliola, su cui gli antichi tramandavano incerte notizie, è esplicito almeno in quella versione che voleva contenessero "ossa cadaverum". Il "flamen Quirinalis" risiedeva dunque presso il tempio di Vesta, e il "flamen Dialis" doveva abitare poco più in alto, superati alcuni gradini, dato che, per rispettare il tabù che vietava di vedere le gambe della moglie del flamen, la "flaminica", si doveva usare una particolare scala (probabilmente chiusa sui lati) detta scala greca.

È stato perciò giustamente osservato che tutta l’infima pendice prospiciente il lato breve del Foro doveva essere occupata, oltre che dalla Regia, sede del re in quanto Rex Sacrorum, dalle dimore (pubbliche) dei principali sacerdoti della città, e cioè, oltre alle Vestali e forse al pontefice massimo, almeno i flamini maggiori; ciò corrisponde con l’attribuzione della fondazione di Regia e Atrium Vestae a Numa, il re sabino cui la tradizione assegna il ruolo di organizzatore della religione romana arcaica e dei relativi sacerdozi.

I culti di quest’area tra Vesta e il Velabro trovano analogie singolari sul lato opposto della piazza, anche se qui non è dato coglierne con altrettanta chiarezza quel valore “liminare”, materialmente significato dal margine stesso della palude. Ma ben noto è il carattere ctonio del lacus Curtius, proprio nel mezzo dell’area forense, con i suoi riti di devotio ai Mani collegati alla guerra romano-sabina, e vicino al quale gli scavi del Boni all'Equus Domitiani hanno riportato in luce, nello strato più profondo di argilla naturale, gli scheletri di un uomo con le braccia legate, e di una giovane con un neonato, impressionante testimonianza, comunque, di una consacrazione alle divinità infere, sotto specie di un sacrificio o di una condanna a morte.

Il dio signore dell’oltretomba aveva un sacello ai piedi del Campidoglio, il sacellum Ditis che secondo una recente ipotesi, si identificherebbe con il "mundus" collegato con l’ara di Saturno, un dio, a sua volta, di cui sono note le valenze agrarie e ctonie, paredro di Ops venerata nella Regia; si è più volte rilevata la contrapposizione tra il fuoco domestico di Vesta, e quello, violento e anche distruttore, di Vulcano venerato nel Volcanal del Comizio; ancor più evidente, infine, sembra la reciprocità fra la tomba di Acca Larenzia al Velabro e la cosiddetta tomba del Lapis Niger, appartenuta, secondo una versione, a Faustolo, il marito di Acca Larenzia. Si tratta evidentemente di relazioni non casuali: va sottolineato il rapporto di complementarietà tra i culti sul lato del Velabro, prevalentemente femminili, e questi dell’area centrale e settentrionale della piazza, dedicati quasi esclusivamente a divinità maschili, come è comprensibile ricadendo quest’area entro la sfera tipicamente maschile delle attività politico-giudiziarie e militari.

E' il Rex a riassorbire nella cornice di una sacralità da cui discendono poteri e prerogative, le opposizioni o le differenziazioni tra funzioni diverse, espresse anche topograficamente nei vari settori della piazza; da questo angolo visuale, è importante la versione prevalente circa il “luogo funesto” del Lapis Niger che ne faceva il luogo in cui lo stesso re fondatore, Romolo, il rex augur, era stato ucciso (ovvero era scomparso, assunto tra gli dei come Quirino). Non è un caso, come acutamente messo in evidenza dal Coarelli, che la leggenda della “fine” di Romolo venga duplicata in relazione alla riforma costituzionale attribuita a Servio Tullio e alla creazione dei comizi centuriati del Campo Marzio.


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